Mentre la Bce e l’Organizzazione mondiale del commercio lanciano l’allarme sui grandi rischi per l’economia europea e globale per gli effetti sui prezzi dell’energia della guerra avviata da Usa e Israele contro l’Iran, il Consiglio europeo evita toni d’emergenza.
Punta a confermare una serie di impegni già noti per rafforzare il mercato unico, migliorare la competitività, realizzare l’integrazione dei mercati dei capitali (con la supervisione finanziaria in parte accentrata), tutte condizioni di base per resistere agli scossoni geopolitici.
Si cerca di non limitarsi a sopravvivere alla disintegrazione dell’ordine multilaterale e alle tre guerre in corso: Ucraina, Gaza, Iran; non solo occuparsi di limitare i danni.
L’obiettivo è cercare di incidere effettivamente sulle scelte che hanno un impatto diretto su sicurezza ed economia continentali.
Obiettivo per ora non centrato.
I massimi responsabili politici dell’area euro, indica l’ultima bozza del loro documento finale, affermano che “l’economia è rimasta resiliente nell’attuale contesto globale” anche se aggiungono che ci sia “una incertezza considerevole che pesa sulla fiducia e sulle prospettive di crescita e inflazione”.
La sola novità che si profila è la definizione di un calendario, con scadenze precise per raggiungere un accordo tra governi e Parlamento europeo su misure di un certo rilievo attualmente oggetto di negoziati politico-legislativi.
Entro fine anno occorre un’intesa su acceleratore industriale con il “buy european” temperato; norme comuni su cartolarizzazioni, pensioni integrative e integrazione dei mercati dei capitali compresa la vigilanza; euro digitale.
Definire le scadenze è una buona cosa, tuttavia c’è incertezza sul contenuto della legislazione, che in ogni caso avrà effetti nel medio periodo e non interviene sulle urgenze dell’oggi.
In questo senso, la Ue continua a vivere una sfasatura tra la necessità evidente di uscire da una situazione che la vede ostaggio di eventi politici ed economici decisi da altri e spesso dichiaratamente contro gli stessi interessi europei, e le proprie ambizioni di autonomia strategica.
Né ci sono dal punto di vista delle crisi aperte novità: per quanto venga confermata la linea del non coinvolgimento degli Stati Ue nella guerra all’Iran, i Ventisette leader non citano né Stati Uniti né Israele, che la guerra hanno deciso e stanno conducendo.
Si limitano a indicare che “gli sviluppi in Iran e nella regione più ampia minacciano la sicurezza regionale e globale”, chiedono “una de-escalation e la massima moderazione, la protezione dei civili e delle infrastrutture civili e il pieno rispetto del diritto internazionale da parte di tutte le parti”, condannano “gli attacchi militari indiscriminati dell’Iran contro i paesi della regione”.
C’è divergenza sulle responsabilità di quanto sta accadendo e, di conseguenza, la Ue evita di attribuirle.
Da notare che il termine de-risking non viene neppure più utilizzato a Bruxelles, perché se si dovesse chiarire nei confronti di chi, in cima alla lista si troverebbero insieme alla Cina anche gli Stati Uniti.
Alla riunione del Consiglio europeo sono intervenuti sia Zelensky che il segretario Onu Guterres, con il quale sono state discusse ipotesi per assicurare il passaggio delle navi nello stretto di Hormuz, una volta che ci fosse la certezza di uno stop alle azioni militari.
Macron ha detto di aver chiesto ieri sera a Trump lo stop degli attacchi alle infrastrutture civili, di gas, petrolio e acqua.
De-escalation è l’obiettivo chiave per “un ritorno al negoziato, dialogo”.
Il tema dell’energia fa la parte del leone ed è una discussione non facile: l’aumento dei prezzi di gas e petrolio incide da un lato sulle aspettative di imprese e famiglie, dall’altro lato apre complicati problemi di gestione politica delle preoccupazioni dei cittadini da parte dei governi.
Le scadenze elettorali (referendum compreso ed è il caso italiano) mettono tutti i leader che devono fronteggiarle sul chi vive.
Si ritrovano qui alcune delle ragioni per cui non si vuole arroventare il messaggio di preoccupazione sui rischi economici.
Meglio lasciare l’argomento ai banchieri centrali.
È anche vero che è difficile fare previsioni per il semplice fatto che tutto dipenderà dalla durata del conflitto in Iran.








