L’editoriale di Paolo Valentino sottolinea come, dopo la sconfitta di Viktor Orbán e il ritiro del veto, l’Unione europea abbia assunto interamente il sostegno all’Ucraina con un prestito da 90 miliardi, nuove sanzioni e un impegno rafforzato di fronte al distacco americano e all’offensiva russa.
Si tratta di una svolta quasi ignorata ma decisiva, che dimostra come l’Europa «sappia reggere anche da sola» e possa agire con maggiore autonomia strategica, colmando vuoti lasciati da altri attori occidentali.
Grazie all’appoggio finanziario e militare, Kiev può resistere a lungo, infliggendo perdite e impedendo avanzate decisive, escludendo una capitolazione alle condizioni di Vladimir Putin e alla mediazione dell’amministrazione Donald Trump.
Tuttavia emergono due limiti: manca una definizione di “vittoria” e, soprattutto, una strategia diplomatica europea condivisa e credibile, capace di tradurre la forza militare in risultati politici.
Richiamando Henry Kissinger, l’autore insiste sul nesso tra guerra e diplomazia: la forza serve a negoziare e ogni conflitto deve chiudersi con un accordo.
L’Europa deve quindi farsi carico di un piano negoziale con Kiev, puntando su garanzie di sicurezza senza cessioni territoriali.
Tentativi isolati come quello di Emmanuel Macron sono falliti, ma oggi l’Ue è più forte e deve usare insieme armi, sanzioni, fondi congelati e diplomazia.
Tra le ipotesi, una “soluzione coreana” con cessate il fuoco sulla linea del fronte.
Resta il nodo di chi guidi l’iniziativa: difficile il tandem Ue, mentre si è parlato di un inviato speciale, anche Mario Draghi, ma appare più efficace un piccolo gruppo di leader europei sul modello Minsk, capace di dare coerenza e continuità all’azione negoziale.
In conclusione, l’Europa, ormai pilastro del sostegno a Kiev, deve dotarsi di una strategia e di strumenti per negoziare con Mosca, perché la diplomazia non può essere lasciata a mani inaffidabili e improvvisate, ma richiede visione, unità e capacità di iniziativa.








