Ricevendo ad Aquisgrana il prestigioso premio Carlo Magno, Mario Draghi ha ricordato, in un importante e lucido discorso, le gravi difficoltà in cui si trova attualmente l’Europa costretta da un lato a recuperare il pesante gap tecnologico per riprendere la crescita e dall’altro a dotarsi di una propria difesa resa necessaria dal ritorno della guerra con l’aggressione russa dell’Ucraina e dalla crisi dei rapporti transatlantici conseguente alla svolta di Trump.
Ne consegue la necessità di un enorme incremento degli investimenti strategici, stimato in 1200 miliardi l’anno, realizzabile in ogni caso solo se accompagnato da un forte aumento del Pil.
Ma quest’ultimo è condizionato dalle troppe dipendenze dell’economia europea: dal commercio estero innanzitutto, salito al 55% del Pil mentre non si è mosso in Usa e Cina, e dalla sua crescente dipendenza strategica negli approvvigionamenti e negli sbocchi.
“L’Europa si è aperta al mondo — rileva Draghi — senza completare il mercato al proprio interno. È diventata troppo dipendente dalla domanda estera, troppo dipendente da capacità controllate altrove e troppo frammentata per mobilitare la propria scala”.
Il rilancio della crescita non può essere lasciato alla domanda estera né assicurato da politiche industriali gestite a livello nazionale, ma deve essere avviato e orientato dall’azione di un autogoverno federale capace di trasformare in un poderoso volano di crescita e di innovazione tecnologica la massa di investimenti da realizzare.
Ciò vale in particolare per la difesa comune, che dev’essere gestita a livello federale, non solo per poter conseguire il suo scopo, ma anche per contribuire efficientemente alla politica industriale, allo sviluppo tecnologico e alla politica estera.
Soprattutto, un adeguato livello di autosufficienza nella difesa accrescerà non solo l’indipendenza politica dell’Europa, ma anche il suo potere negoziale sullo scacchiere mondiale, in modo da consentirle, in particolare, una postura commerciale più assertiva nei confronti di Washington.
Ciò non significa indebolire la Nato, ma consentire all’Europa, se ve ne saranno le condizioni, di parteciparvi unitariamente e in posizione più equilibrata.
Tempi difficili, dunque, ma con un grande merito: quello di aver reso evidente che oggi l’Europa non è più garantita da Washington e, dovendo pensare da sé al proprio destino, non può farlo che unendosi per affrontare con successo il mondo aggressivo che la circonda e stringersi più strettamente ai Paesi che condividono i suoi valori.
Il progetto e il federalismo pragmatico ribadito da Draghi è certamente il punto da cui partire.
Ad Aquisgrana è andato oltre, chiedendosi chi sosterrebbe politicamente il progetto e lasciando intendere che tra le ipotesi potrebbe configurarsi anche un accordo tra europeisti e sovranisti responsabili.
In effetti valori tradizionali delle destre storiche, quali nazionalismo e amore di patria, potrebbero essere funzionali al progetto europeo nella situazione attuale, se solo si identificasse correttamente nell’Europa l’unica dimensione di nazione o patria oggi possibile.








