L’Europa prende velocità proprio quando la Bce si prepara a premere sul freno.
Il secondo trimestre del 2026 consegna un’economia dell’area euro decisamente più vivace di quanto previsto appena qualche settimana fa: tra aprile e giugno il Pil destagionalizzato è cresciuto dello 0,6% rispetto ai tre mesi precedenti, contro il +0,4% della stima diffusa a metà agosto.
Nell’intera Unione europea l’incremento è stato ancora più robusto, +0,7%, due decimi sopra il precedente +0,5%.
Non è un dettaglio statistico.
È la fotografia di un’economia che, dopo un primo trimestre quasi immobile, ha trovato un po’ di passo.
Nei primi tre mesi dell’anno il Pil era infatti rimasto fermo nell’area euro ed era aumentato appena dello 0,1% nell’Ue.
Nel secondo trimestre, invece, la macchina europea ha cambiato marcia.
E lo ha fatto anche sul terreno più delicato, quello del lavoro: l’occupazione è aumentata dello 0,1% sia nell’Eurozona sia nell’Unione europea, portando il numero complessivo degli occupati a 221,4 milioni nell’Ue, di cui 176,4 milioni nell’area euro.
Su base annua il quadro diventa ancora più interessante.
Nel secondo trimestre il Pil è cresciuto dell’1,2% nell’Eurozona e dell’1,4% nell’Ue, contro le precedenti stime rispettivamente dell’1% e dell’1,2%.
Insomma, non soltanto la crescita trimestrale è stata sottovalutata: anche il confronto con un anno prima racconta un’economia un po’ più solida di quanto si pensasse.
Il quadro però è denso di ombre.
Dietro la media europea ci sono economie che corrono e altre che procedono con il passo del turista in un museo.
L’Irlanda mette tutti in fila con un clamoroso +10,2%, seguita dalla Slovenia con +1,8% e dalla Lituania con +1,7%.
L’Austria è invece l’unico Paese dell’Unione a registrare una contrazione, seppure marginale, dello 0,1%.
L’Italia rimane nella categoria del proverbiale zero virgola, ma almeno dalla parte giusta del segno: +0,2% sul trimestre e +1% su base annua.
La Germania, dopo la lunga fase di affanno industriale, cresce dello 0,3%.
La Francia resta ferma, mentre la Spagna continua a correre a un ritmo decisamente più sostenuto, con un +0,7%.
Il dettaglio della domanda spiega però che cosa ha tenuto in piedi il motore.
I consumi delle famiglie hanno contribuito positivamente per 0,2 punti percentuali sia nell’area euro sia nell’Ue.
Un segnale importante perché indica che il consumatore europeo, nonostante prezzi, incertezza e costo del denaro, non ha ancora deciso di chiudere definitivamente il portafoglio.
La spesa delle amministrazioni pubbliche, invece, ha avuto un contributo definito da Eurostat “trascurabile”.
Gli investimenti fissi lordi hanno fornito un contributo irrilevante nell’Eurozona e appena 0,1 punti nell’Unione.
Il vero asso nella manica, però, è arrivato dall’estero.
Il commercio internazionale ha fornito un contributo alla crescita di 0,9 punti percentuali nell’area euro e di 0,8 punti nell’Ue.
Le esportazioni dell’Eurozona sono aumentate del 3,4% nel trimestre, mentre le importazioni sono cresciute dell’1,5%.
Una differenza che, nei conti del Pil, pesa parecchio e che spiega buona parte della sorpresa positiva.
C’è però anche qualche nuvola all’orizzonte.
La produzione dei servizi, dopo essere cresciuta dello 0,7% a maggio sia nell’Eurozona sia nell’Ue, a giugno ha invertito la rotta, scendendo dello 0,3% nell’area euro e dello 0,2% nell’Unione.
Il confronto annuale rimane comunque positivo: +1,5% in entrambe le aree.
Non è dunque una frenata che cancelli la ripresa, ma è un promemoria utile per chi fosse tentato di considerare archiviata ogni difficoltà.
E poi c’è il lavoro.
Anche qui i numeri raccontano una storia meno drammatica di quella che spesso emerge dai titoli.
L’occupazione è salita dello 0,1% nel secondo trimestre sia nell’Eurozona sia nell’Ue.
Rispetto a un anno prima l’aumento è stato dello 0,5% nella zona euro e dello 0,4% nell’Unione.
Le ore lavorate sono cresciute dello 0,1% su base trimestrale in entrambe le aree e rispettivamente dello 0,7% e dello 0,8% su base annua.
Anche qui, naturalmente, l’Europa viaggia a velocità differenti.
Il Portogallo ha registrato il maggiore aumento dell’occupazione, +1%, seguito da Repubblica Ceca e Malta, entrambe a +0,9%.
All’estremo opposto ci sono Finlandia, con -0,8%, e Grecia, con -0,4%.
L’Italia segna un incremento dello 0,3% nel trimestre e dell’1,4% su base annua: quest’ultimo dato, superiore alla media europea, è forse uno degli elementi più interessanti del quadro italiano.
E qui arriva il paradosso che giovedì, 10 settembre, finirà inevitabilmente sul tavolo del direttivo della Bce.
L’economia cresce più delle attese, il mercato del lavoro continua ad assorbire occupazione e la domanda interna, pur senza entusiasmare, non sta cedendo.
In altre parole, la ripresa c’è.
Magari non è una ripresa da champagne, ma è abbastanza concreta da rendere meno urgente l’idea di sostenere l’economia con una politica monetaria accomodante.
Per questo prende corpo lo scenario di un rialzo dei tassi di 25 punti base, fino al 2,5%.
Una mossa che, nella logica della banca centrale, avrebbe una sua ragione: evitare che la dinamica dei prezzi torni a scaldarsi e impedire che una crescita più robusta alimenti nuove pressioni inflazionistiche.
Ma proprio il miglioramento dei numeri congiunturali introduce il rischio opposto: quello di scambiare una ripresa ancora fragile per una ripresa già consolidata.
La Bce dovrà quindi camminare sul filo.
Da una parte c’è l’inflazione, che impone prudenza e suggerisce di non abbassare la guardia.
Dall’altra c’è un’economia che finalmente mostra qualche muscolo dopo mesi trascorsi a lamentarsi del mal di schiena.
Alzare i tassi può servire a tenere sotto controllo i prezzi, ma significa anche rendere più costoso il credito per famiglie e imprese, raffreddare gli investimenti e mettere un peso ulteriore sulle economie più indebitate.
Il punto, insomma, non è soltanto se il tasso arriverà al 2,5%.
È quanto la Bce vorrà continuare a salire dopo.
Perché il dato del secondo trimestre suggerisce che l’economia europea non ha bisogno di essere spinta con il piede sull’acceleratore.
Ma non dice affatto che sia pronta a viaggiare con il freno a mano tirato.








