Il vaccino per tutti è una questione di sicurezza sociale

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Un’auto moderna sfreccia su una statale il giorno di Ferragosto… il conducente ha deciso di correre: l’auto glielo consente, il passeggero è consenziente, il traffico degli anni ’60 non è certo quello di oggi, e in ogni sorpasso azzardato e troppo veloce risalta chiaramente la consapevole assunzione del rischio di danneggiare le proprie cose, e finanche di perdere la vita.

Non possiamo essere sicuri di quanto davvero cosciente sia del rischio che sta correndo il nostro conducente, ma è probabile che proveremo maggior compassione per il passeggero, e di certo non per chi guida!

Parimenti, potrebbe essere il conducente stesso a ricordarci che le conseguenze delle sue sconsideratezze ricadrebbero su di lui, e che è disposto ad affrontarle, in caso di incidente.

Insomma: il conducente è maggiorenne, si dichiara cosciente del rischio che sta affrontando, ed è disposto ad assumersene ogni onere che dovesse derivargli, compresa l’eventuale multa per eccesso di velocità: caso chiuso!

All’inizio degli anni ’60 il parco circolante in Italia contava due milioni di auto, che sarebbero diventate quasi 10 alla fine del decennio. Nel 2019 questo numero ammontava a 40 milioni!

Il nostro Gassman oggi raramente troverebbe una statale semideserta, e le strade sono molto più presidiate, anche elettronicamente.

Per sovrappiù, non è certo la multa ciò che dovrebbe temere, quanto piuttosto (giustamente) la perdita dei punti sulla patente, la sospensione prima e la revoca poi, e così via: un mutato contesto ha indotto l’intera società a ritenere la sconsideratezza alla guida un problema sociale e non più una questione rimessa alla disponibilità del trasgressore a pagarne le conseguenze, anche e soprattutto perché a rischio non c’è la sua vita soltanto, ma quella di chiunque potrebbe trovarsi sulla sua strada durante quel sorpasso.

La società non ammette che quel qualcuno – per effetto di scelte altrui – possa perdere le sue cose e la vita, ed ha previsto una serie di conseguenze che hanno tutte lo scopo preventivo di sospendere o inibire la possibilità che chi attua questa condotta possa continuare a farlo, e dall’altra parte ad aumentare le conseguenze (anche penali, oggi) delle sue azioni, oltre ad obbligarlo a risarcire i danni. Tutti i danni, non solo i suoi.

Insomma: il contesto del 1962 non è lo stesso del 2021: molto più movimento, molte più interazioni, molto più traffico hanno indotto una richiesta di sicurezza maggiore, e la coscienza (a volte riottosa, ma presente) che la scelta della condotta di guida non può essere lasciata al singolo, anche se questi fosse disposto ad assumersi le “sue” conseguenza: non basta, perché le conseguenze sono molto maggiori, e perché occorre un obbligo cogente (che sia sociale, persuasivo o normativo poco importa) affinché le scelte di uno non ricadano su altri inconsapevoli, colpevoli solo di essersi trovati sulla sua strada.

Insomma l’esperienza di decenni di regolamentazione delle strade, insieme al numero impressionante e crescente di vittime, ha indotto un mutamento del concetto stesso di autodeterminazione alla guida (che di per sé, lo sappiamo bene, espone a rischi), basandosi sul fatto che la guida stessa non è attività di un singolo, ma è interazione.

Ma è chiaro che qui non si parla dello splendido e profetico film di Risi, che sostituì al finale aperto che aveva pensato inizialmente l’esito tragico e mortale che conosciamo.

Si parla di vaccini, e di tutte le (molteplici) nostre attività che devono essere ricondotte in un alveo “sociale” e non possono essere lasciate alla completa e libera autodeterminazione.

Di quelle attività che dispiegano così tanti effetti – in esito alle nostre scelte – da non ammettere che si possa fare “liberamente” ciò che si vuole, anche se si fosse disposti ad assumersene le conseguenze per sé.

Succede nel condominio, dove molte libertà tipiche dell’esercizio della proprietà di un bene sono limitate, condizionate e talvolta elise.

Succede per la maggioranza dei reati, dove il fatto di averli compiuti “a porta chiusa” o a casa propria non rileva.

E succede per molti temi sanitari, che non a caso in altri Paesi vengono definiti non “medici” ma di “sicurezza sociale”, e questo è il punto: la sconfitta della pandemia dovuta a SarsCoV2 è una urgenza sociale, oltretutto mondiale, ed è una delle situazioni nella quale non si può sbagliare, ora che lo strumento per debellarla c’è, per questioni che in altri ambiti hanno richiesto decine di anni di vittime ed esperienza per essere infine risolte in senso (per l’appunto) sociale!

É un lusso che ci siamo permessi tra gli anni ’60 ed i primi 2000 per il traffico e la guida, ma per la pandemia – e per le nostre esigenze anche economiche – in questo frangente non ci è concesso.

Per non aggiungermi alla pletora di milioni di persone che ogni giorno sfoggiano soluzioni, ammetto che non sono sicuro di quale possa essere la soluzione, ma sono tuttavia certo che non possa passare attraverso la semplice volontarietà.

Il Gassman di qualche anno dopo, fuori dal personaggio di Bruno Cortona, ebbe a dire in un’intervista “Il senso delle nostre imperfezioni ci aiuta ad avere paura. Cercare di risolverle ci aiuta ad avere coraggio”.

É ora di avere coraggio.

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