Gli Stati Uniti e l’Europa rischiano di «finire in un vicolo cieco», scrive Danilo Taino sul Corriere della Sera. «Improvvisamente convinti che la globalizzazione dell’economia sia finita – mentre non lo è, sta solo cambiando sentieri – Stati Uniti e Unione Europea si stanno chiudendo a fortezza nei rispettivi confini. Da Washington a Bruxelles, da Berlino a Parigi passando per Roma, il concetto che sta mettendo radici è “Politica industriale”».
«È il ritorno di un’idea di economia che non era mai scomparsa ma che per tre-quattro decenni – appunto quelli della globalizzazione – è andata via via sbiadendo. Fondamentalmente, i governi americano ed europei intendono riproporre un intervento massiccio degli Stati nella gestione dell’economia: attraverso pacchetti di sussidi con i quali indicano quali settori e quali business devono essere privilegiati e in generale con politiche che puntano a dare una direzione alle scelte delle imprese (e spesso dei cittadini)».
«In passato, prima degli Anni Ottanta del secolo scorso, questo dirigismo ha forse prodotto qualche risultato. Quando le barriere agli scambi sono cadute, quando i capitali hanno preso a muoversi liberamente per finanziare idee e opportunità, quando la tecnologia ha permesso un boom infinito di scambi di informazioni, le politiche industriali e il dirigismo hanno iniziato a declinare».
«Oggi, però tornano. Ma oltre che un’interferenza pesante nel libero mercato, le nuove politiche di Usa e Ue rischiano di essere un errore economico e allo stesso tempo geopolitico. Le imprese occidentali hanno certamente bisogno di sicurezza in un mondo entrato in un’era di scontro tra potenze. Ma vogliono continuare a muoversi sulle rotte mondiali dove ci sono opportunità, sia per esportare sia per approvvigionarsi. La sicurezza, per loro, sta nel tenere aperte le vie di comunicazione fisica e informativa, non nel costringerle in recinti».








