Sul Recovery fund dovremo essere attenti e concreti. Altrimenti la Ue farà scattare il freno d’emergenza

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp
Condividi su email

Seppure in una situazione di massima emergenza, da ascrivere alla crisi sanitaria ed alla conseguente crisi economica, non fosse a tutti piaciuta l’idea di mutualizzare parzialmente i debiti, e pur scontrandosi con quei paesi fiscalmente austeri (i “Frugal Four”, Austria, Danimarca, Olanda e Svezia), l’Italia, al Consiglio europeo dello scorso 21 luglio, ha ottenuto la concessione di 208,8 miliardi di euro di aiuti col varo del “Recovery Fund”.

I fondi (e quelli assegnati al nostro Paese rappresentano la quota più alta fra tutte le Nazioni, con 81,4 miliardi concessi sotto forma di sovvenzioni e 127,4 miliardi come prestiti) saranno reperiti grazie all’emissione di debito garantito dall’UE e dovrebbero arrivare entro il primo trimestre del 2021 in tranches successive.

Al di là delle complesse implicazioni finanziarie, sulle quali le diverse correnti politiche ed economiche possono far valere le proprie differenti valutazioni nel merito, si può senz’altro parlare di un’occasione estremamente rilevante, ma soltanto, a mio avviso, se colta sotto una duplice prospettiva: lasciandosi guidare da un approccio realmente strategico che miri al rilancio nazionale basandosi su una visione armonica degli interventi da finanziare, ma anche valutando preventivamente il profilo della fattibilità degli interventi stessi.

Per quanto concerne la prima valutazione, ritengo non sia sfuggito ai più attenti lettori la recentissima pubblicazione dell’elenco provvisorio dei progetti promossi dai vari dicasteri, ben 557, che concorreranno alla distribuzione dei 209 miliardi del Recovery Fund assegnati dall’Unione al nostro Paese.

Complessivamente, per finanziare tutti gli interventi, occorrerebbe una copertura di oltre 600 miliardi, (più del triplo di quelli realmente disponibili).

Nelle prossime settimane, quindi, si dovrà operare un’attenta valutazione e selezione affinché arrivino al finanziamento definitivo, quelli realmente considerabili essenziali.

Il crono-programma attuativo del cosiddetto Recovery Plan nazionale prevede, infatti, che entro il prossimo 15 ottobre il nostro Esecutivo presenti alla Commissione Europea gli obiettivi strategici e le linee guida, ed entro gennaio la lista dettagliata dei progetti da finanziare con le risorse del Recovery fund.

L’iter si rende ulteriormente complesso avendo presente che per ottenere i fondi e avviare la fase di finalizzazione degli interventi, l’Italia dovrà presentare il proprio piano di spesa nazionale che sarà valutato dalla Commissione e approvato dal Consiglio a maggioranza qualificata. Solo in seguito all’ottenimento del placet sarà possibile conseguire, entro la primavera 2021, l’erogazione dell’anticipo sui progetti ammessi (nella misura del 10%, circa 20 miliardi di euro) e, a seguire, le successive tranches fino al raggiungimento dei complessivi 208,8 miliardi assegnati al nostro Paese.

La riflessione si sposta quindi, necessariamente, sul secondo aspetto da tenere in considerazione: la fattibilità degli interventi.

E questo in ragione di due aspetti.

Prima di tutto, tenendo bene a mente che stiamo impiegando somme non totalmente a fondo perduto, ma la cui più grande fetta è concessa sotto forma di prestiti da restituire a partire 2027, con un orizzonte temporale che esige, quindi, capacità esecutiva e snellezza burocratica.

Si deve quindi necessariamente cercare di finanziare una progettualità realmente cantierabile in tempi brevi, di tale portata e impatto economico da permettere la sostenibilità del debito assunto, per non farlo gravare ulteriormente sui contribuenti.

E in secondo luogo, valutando molto attentamente le raccomandazioni e i principi delle condizionalità imposte alla concessione delle sovvenzioni stesse.

Anzitutto, non va trascurato, in questo contesto, che le più recenti “Country specific recommendations (CSR)” fornite all’Italia da parte della Commissione, mirano a che il nostro Stato assicuri riforme che migliorino il potenziale di crescita e resilienza: da una maggiore efficienza nel funzionamento della pubblica amministrazione e del sistema giudiziario agli investimenti a sostegno dell’economia reale, dell’occupazione, della crescita; allo sviluppo di una reste sociale coesa e di politiche di bilancio tanto lungimiranti e sostenibili, quanto tese al consolidamento del sistema sanitario e della crescita economica nei settori strategici.

Inoltre, ancor più rilevante, le condizionalità applicate alla spesa dei fondi, seppur non intese dal punto di vista di piani di rientro forzosi finalizzati a ridurre gli eventuali squilibri macroeconomici, assumeranno l’aspetto di un rigoroso monitoraggio sullo “stato di avanzamento” del piano di riforme e investimenti predisposto dall’Italia, che sia in linea con gli obiettivi europei.

Sulla base del monitoraggio effettuato, Commissione e Consiglio europei si potrebbero esprimere negativamente in merito alle modalità di utilizzo dei fondi, potendo far scattare il cosiddetto “freno di emergenza”, ovvero un avvertimento indirizzato all’indirizzo del Paese inadempiente, che di fatto può prevedere la sospensione dell’erogazione dei fondi fino a tre mesi, ritardando pericolosamente l’attuazione del piano di investimenti.

Siamo pronti? Saremo concreti?

Oppure si paventerà il rischio della “corsa alla diligenza” per finanziare gli interessi partitici e trasversali, come ammonito dal Presidente Mattarella?

Qualcuno guarda già, non senza una certa invidia, all’approccio seguito dal piano di investimenti “France Relance” da 100 miliardi (non 208,8 come per l’Italia), presentato con un mese di anticipo, leggendovi obiettivi chiari e facilmente declinabili.  Si tratta di 70 Misure identificate (non 557, come attualmente indicate dal nostro Governo) divise in tre macroaree: transizione ecologica, competitività delle imprese e promozione dell’occupazione e della formazione dei giovani.

E da noi?

Immaginando già il combinato delle richieste sul Recovery Fund e degli emendamenti al c.d. “Decreto Agosto”, a cui si andranno ovviamente ad aggiungere le richieste di modifica da presentare in autunno alla legge di Bilancio, saremo certi di aver agito per un’Italia che riparte?

O rischieremo di dimostrare ufficialmente a livello europeo, dopo tanto affannarsi in sede di Consiglio europeo, di non aver saputo cogliere l’occasione storica per la quale ci siamo battuti?

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi gli ultimi articoli di Riparte l’Italia via email. Puoi cancellarti in qualsiasi momento.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare l'esperienza utente.