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Sul 3% un falso dramma. Il problema resta la crescita | L’analisi

“Per un decimo di punto Martin perse la cappa”. In sintesi questo è il commento, pressoché unanime, alla presentazione del Documento di finanza pubblica 2026.

Cos’è successo?

In accordo con le regole fiscali europee, dal giugno 2024 l’Italia è in procedura per deficit eccessivo (Pde) per un disavanzo di bilancio superiore al 3% del Pil.

Secondo le previsioni del governo dello scorso autunno, il disavanzo sarebbe sceso al di sotto della soglia già nel 2025, consentendo così l’uscita dalla procedura di infrazione.

Purtroppo, a consuntivo, certificato dall’Istat, il 2025 ha registrato un disavanzo al 3,1% (arrotondato per eccesso).

Per ora l’Italia resta sotto procedura.

È partita così la rappresentazione di una pièce teatrale in due atti.

Nel primo, il tema è la caccia all’errore.

Due sono i colpevoli di quel decimo in più nel rapporto tra disavanzo e Pil.

Per il numeratore (il disavanzo), è il Superbonus (“ancora tu”): una coda importante e inattesa delle agevolazioni edilizie ha fatto sballare i conti.

Il governo aveva stimato per il 2025 una spesa di 3,3 miliardi per i bonus ancora attivabili; a conti fatti sono emersi 5 miliardi in più.

Più che sufficienti a fare la differenza: l’obiettivo sul disavanzo è stato mancato per soli 2 miliardi.

Il vero colpevole qui è il Conte II, a cui si deve l’infausta misura.

Per il denominatore (il Pil), sul banco degli imputati salirà l’Istat che negli ultimi anni ha costantemente rivisto al rialzo le stime.

«Così tra qualche mese, con la revisione si scoprirà che in realtà nel 2025 il rapporto era sotto il 3%».

Nel secondo atto, la recriminazione.

«Non uscire dalla procedura significa non poter investire su scuola, sanità e redditi bassi».

Proviamo a indossare le vesti del critico teatrale.

Sul primo atto: il Superbonus è la peggiore follia di ottanta anni di storia della finanza pubblica italiana.

Ma la responsabilità è comune.

Fu introdotto nel 2020 con una data di scadenza a fine 2021.

Le proroghe successive sono state entusiasticamente sostenute da tutti i partiti presenti in Parlamento, nonostante i richiami di organismi tecnici.

Qui sarebbe opportuna una seduta di autocoscienza collettiva sul rapporto tra il paese e il bilancio pubblico.

Sul presente (ad esempio il taglio delle accise sulla benzina) e sul futuro.

Sull’Istat, meglio far finta di non capire cosa, secondo gli autori della pièce, avrebbe dovuto fare.

Sul secondo atto, la critica deve essere secca: la mancata uscita dalla procedura non cambia nulla nei margini di manovra che la politica di bilancio avrà nei prossimi anni.

Le nuove regole europee sono meno “stupide” del passato.

A settembre 2024 l’Italia ha presentato il “Piano strutturale di bilancio di medio termine per il 2025-2029, poi approvato da Commissione e Consiglio.

L’Italia, come ha fatto finora, doveva e deve semplicemente rispettare quel Piano.

Almeno fino alle elezioni del 2027, quando un nuovo governo potrà, se lo vorrà, rivederlo.

Per inciso, nel Piano si programmava l’uscita dalla procedura nel 2026 (e non nel 2025) e, inoltre, essere in Pde è stato vantaggioso per l’Italia.

Il Paese ha potuto così nei primi anni non rispettare la clausola che richiede la diminuzione del rapporto debito/Pil di un punto l’anno.

La regola, peraltro, include margini di flessibilità, per quanto modesti (circa 7 miliardi in un anno).

C’è, tuttavia, una novità intervenuta nel 2025: la clausola sulle spese per la difesa.

Si tratta della sottrazione di tali uscite dalla spesa netta fino a un’addizionale dell’1,5% del Pil per quattro anni (dal 2025 al 2028).

A fianco alla clausola vi è un fondo, il Safe (Strumento d’azione per la sicurezza europea), da cui i paesi possono attingere per prestiti a favore di investimenti in progetti comuni sulla difesa.

L’Italia ha richiesto finanziamenti per 14,9 miliardi (ancora da utilizzare).

Secondo alcuni commentatori, lo scorporo della spesa per la difesa non sarebbe attivabile se si è in Pde.

Non è così e lo testimonia il Belgio, che pur in Pde ha chiesto e ottenuto l’attivazione della clausola.

Il governo italiano ha preferito attendere l’uscita dalla procedura, ma è una sua scelta.

Altra questione sono, naturalmente, le prospettive future se il quadro internazionale attuale dovesse perdurare.

In quel caso si porrà il problema di una sospensione delle regole.

Ma il nostro 3 o 3,1 non c’entra nulla.

In realtà quello di cui dovremmo discutere, invece di andare a teatro, è altro.

Siamo tornati stabilmente a crescere ben al di sotto della media europea (0,5-0,6% l’anno) dopo le eccezioni positive del 2021 e 2022.

Contemporaneamente abbiamo speso circa 400 miliardi tra bonus edilizi e Pnrr.

Quando il Pnrr è stato presentato, il governo prevedeva che investimenti e riforme avrebbero portato all’1,4% il potenziale di crescita annua del paese.

Cosa non ha funzionato e cosa dovremmo fare?

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