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Stefano Micossi (dg Assonime): «Serve un fondo di investimento statale da 20 mld per salvaguardare l’indebitamento del sistema bancario»

Incentivi per spingere gli imprenditori a investire, per far ripartire l’economia. Stefano Micossi, direttore generale di Assonime, la pensa così e ha provato a spiegarlo al governo Conte attraverso una serie di proposte. Un dialogo intenso con le istituzioni anche – e soprattutto – nell’anno della pandemia, malgrado i numerosi impegni del professore bolognese, che, ad esempio, ha seguito in prima persona la selezione del nuovo ceo di Unicredit. Ma a proposito della crisi pandemica, Micossi approva l’operato del settore bancario, ma chiede un cambio di passo deciso.

«Abbiamo fatto più o meno quello che hanno fatto gli altri Paesi europei, con risultati in linea con le aspettative. Le banche hanno erogato crediti adeguati e lo Stato li ha garantiti. Nessuno è stato strozzato per problemi di liquidità. Se però ora non si cambia strategia, questi debiti rischiano di diventare troppo pesanti per il sistema finanziario. Per evitarlo dobbiamo ricapitalizzare le imprese».

In questa direzione Assonime sta lavorando, proponendo al governo un piano chiaro. «La nostra proposta al governo è creare un nuovo soggetto nella forma di un fondo di investimento a capitale prevalentemente pubblico che aiuti il sistema ad assorbire l’eccesso di indebitamento favorendone la ricapitalizzazione. La dimensione del fondo ipotizzato è 20 miliardi, eventualmente incrementabili fino a 25. Le nostre strutture sono ancora al lavoro sul tema. Una seconda proposta, stavolta sul fronte del debito, potrebbe essere quella di sostituire provvisoriamente le norme sulla crisi di impresa con schemi di tipo contrattuale tra creditori e debitori. La gravità della situazione impone di accorciare i tempi e di optare per procedure più rapide, al di fuori delle strettoie delle procedure esistenti per la crisi d’impresa, evitando così centinaia di migliaia di fallimenti».

Puntualmente, a casua del significativo debito privato e dello stock di npl che potrebbe crescere, si torna a parlare di bad bank nazionale. «Quando si parla di bad bank in realtà si ha in mente un aiuto di Stato mascherato e ciò mi lascia perplesso. Le banche vogliono cedere i crediti a prezzi di favore ma Bruxelles chiede operazioni di mercato. Difficile dire come se ne possa uscire. Per questa ragione gli sforzi e le risorse pubbliche devono essere concentrati altrove, ossia nella ricapitalizzazione delle imprese o nel trasferimento dei crediti dal bilancio delle banche ad altre istituzioni finanziarie capaci di gestirne le ristrutturazioni. Quanto alle banche, negli ultimi 10 anni il sistema si è molto rafforzato dal punto di vista patrimoniale e il livello di npl è sceso molto».

Banche rafforzate negli ultimi anni, ma che, anche a causa della pandemia, inevitabilmente dovranno consolidarsi e unirsi, come Micossi riconosce.

«Il sistema bancario continuerà a concentrarsi. Le reti di sportelli oggi sono un peso, la gente sta imparando a non andare in banca e le app ci consentono di fare tutto molto bene online. Inoltre gli istituti dovranno fare grandi investimenti in information technology per colmare il gap che accumulato rispetto ai gruppi americani. In Europa il sistema bancario è ancora segmentato su base nazionale. Le grandi realtà multinazionali sono pochissime: Santander, Bnp Paribas, Unicredit e Ing. Gli altri tentativi di dar vita a gruppi internazionali non sono finiti bene e non mi sembra che oggi ci sia la volontà di ripetere simili esperienze. Non mi aspetto molto m&a transfrontaliero».

A proposito della linea seguita dalla Vigilanza della Bce sulle banche durante la pandemia, il dg di Assonime conclude. «I regolatori sono stati capaci di allentare i requisiti di capitale quando la pressione sulle banche stava diventando insostenibile. La mia domanda è se, superata l’emergenza, questo patchwork di regole senza una visione di insieme sarà cambiato. Dovremmo chiederci se non abbiamo esagerato. Fare banca con questi costi è un’impresa sempre più difficile, specialmente in un contesto di crisi come quello che stiamo attraversando. L’Europa si è spinta troppo in là con la regolamentazione del sistema finanziario, ma non so se ci sia la volontà di correggere la rotta».

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