C’era un sottinteso nel programma di riforme che il ministro Guardasigilli ha anticipato in commissione al Senato.
Sottinteso – scrive Stefano Folli su Repubblica – che egli stesso ha svelato il giorno dopo, quando ha detto di essere “pronto anche alle dimissioni” per difendere il suo progetto.
È un punto politico ricco di implicazioni da non sottovalutare. Da un lato infatti si dimostra la determinazione del ministro.
Dall’altro si può pensare a un’uscita un po’ impolitica. Ma c’è una terza spiegazione che coinvolge, oltre al ministro in carica, la presidente del Consiglio.
Giorgia Meloni si è affrettata a dichiararsi del tutto d’accordo con la linea esposta da Nordio a Palazzo Madama.
E si può pensare quel che si vuole di una riforma di cui conosciamo solo la cornice generale e che andrà analizzata con attenzione e spirito critico, ma è difficile negarne l’ispirazione liberale e garantista.
Rispecchia la cultura giuridica del ministro, il che l’allontana di parecchio dal “giustizialismo di destra” tipico, fino a qualche tempo fa, del partito dell’attuale premier.
La quale oggi sembra voler legare il suo destino a quello del ministro liberale da lei voluto. E c’è una logica. La riforma della giustizia diventa la discriminante che potrà decidere in futuro la legislatura.
Giorgia Meloni vuole durare in carica, ma è senza dubbio consapevole che sul terreno dell’economia e delle politiche sociali, sia per la scarsità delle risorse sia per i vincoli europei, non avrà grandi spazi di manovra.
Occorrono altri temi per dare un senso al governo di centro-destra. Uno riguarda la riforma in senso presidenziale della Repubblica; l’altro è una riforma radicale della giustizia.
Tuttavia il primo non mobilita l’opinione pubblica, il secondo invece sì. Come è ovvio, tutti sono interessati al buon funzionamento della macchina giudiziaria e molti hanno qualche ingiustizia vera o presunta di cui lamentarsi.








