Su Libero Mario Sechi invita a non dimenticare quale sia il reale scenario internazionale odierno: “Abbiamo due guerre, una in Ucraina e una nel Golfo, che nello stesso tempo sono legate e distinte.
La prima, nel cuore dell’Europa, è partita per una sottovalutazione incredibile del fattore Putin, l’aggressione del Cremlino è un tema che riguarda prima di tutto le cancellerie europee, sono trascorsi quattro anni e ancora assistiamo all’Europa che dà lezioni di guerra e pace senza avere un’idea né sulla guerra né sulla pace; il secondo conflitto, la campagna in Iran, fa parte di un disegno strategico degli Stati Uniti e di Israele, dove il regime di Teheran è il pezzo della scacchiera che deve cadere per liberare il campo dalla minaccia nucleare e consentire alle petro-monarchie del Golfo di accelerare lo sviluppo economico e la transizione tecnologica, il Medio Oriente ha un’opportunità storica per sfruttare tutte le sue enormi potenzialità.
La finestra di tempo di Trump è flessibile, non sembra ancora giunta al limite, le tensioni sui prezzi dei carburanti, le elezioni di midterm che si avvicinano, fanno parte di un calcolo che la Casa Bianca ha bene in mente, ma con almeno due elementi che sembrano sfuggire ai commentatori dell’inesistente sconfitta americana: Trump è al secondo mandato, non ha il problema di un’altra campagna presidenziale, può perdere le elezioni di novembre (cosa tra l’altro che accade quasi sempre per il presidente in carica) e continuare a agire secondo la sua idea di America First; l’altro suo punto di forza è la consapevolezza di avere un formidabile strumento militare per raggiungere il suo obiettivo politico.
Quale?
In guerra ne esiste solo uno, la vittoria.
È nella definizione di quest’ultima che si cela la soluzione della guerra: il regime iraniano è zombificato, il figlio di Khamenei, Mojtaba, è una Guida Suprema inesistente, non si è mai visto in pubblico, il gruppo di comando è stato spazzato via (l’altro ieri è stato eliminato in un raid anche Majid Khademim, il capo dell’intelligence dei pasdaran), nessuno è al sicuro, tutti sono bersagli, le analisi dei segnali in possesso dell’intelligence indicano un aumento delle probabilità di una rivoluzione interna, una campagna di bombardamenti sulle infrastrutture — reti stradali, telecomunicazioni e energia — può accelerare il collasso del sistema.
Questo è il disegno di Trump (e perciò lo ripete), che ha ancora il tempo per giocare la partita in uno scenario «win win»: se il regime accetta i termini del negoziato, ha vinto; se capitola sotto le bombe, ha stravinto”.








