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Siamo fermi: è urgente decidere insieme all’Europa dove vogliamo andare | L’analisi di Erico Verderi

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Nei giorni scorsi sono uscite due fotografie della nostra Italia, una dell’ISTAT con il rapporto annuale e una della Commissione europea sulle previsioni di crescita.

La pagella che ne esce non è brillante; la nota positiva va individuata nella capacità di resilienza e dalla forza delle esportazioni.

Emerge poi, un forte declino demografico (negli ultimi dieci anni la popolazione diminuisce di circa un milione), una crescita pressoché nulla, persiste il divario sociale e l’incapacità di trattenere i giovani.

La nostra bandiera non può essere caratterizzata dall’immobilismo e dall’incapacità di decidere, non possiamo sperare che l’ennesima emergenza (conflitto Iran e annessa apertura o non apertura dello stretto di Hormuz) rientri e attendere la prossima senza far nulla e non introducendo alcunché di strutturale.

Il tema della dipendenza energetica da solo non si risolve: si parla di nucleare, occorrono almeno quindici partendo subito, opportuno quantomeno spingere sulle rinnovabili.

A proposito di crescita, la Commissione ha rivisto al ribasso le previsioni del Pil dell’Unione e dell’Italia (0,5% nel 2026 e 0,6% nel 2027).

Considerato il contesto, lo 0,5% pare già oggi non facilmente raggiungibile.

Le altre maggiori economie europee viaggiano a una velocità superiore, in particolare la Spagna, stimata al 2,4% nel 2026 e al 2,8% nel 2027.

La performance spagnola è determinata dall’aver puntato e investito nei servizi a più elevato contenuto tecnologico, incrementando produttività e valore aggiunto.

È una questione annosa, dal 2007 a oggi, il nostro PIL reale, registra un incremento del solo 1,9% a fronte di circa un 20% di Germania, Francia e Spagna.

Visti i dati occupazionali in aumento degli ultimi anni, si può dedurre che lavoriamo di più ma con scarsa produttività.

Siamo sostanzialmente fermi, investimenti languono, perdiamo in competitività e ne consegue una perdita del potere d’acquisto dei salari, ancora all’8,6% rispetto al 2019.

E se non riapre in tempi brevi lo stretto di Hormuz, il fenomeno inflattivo, che si sta già manifestando, non potrà che peggiorare.

Dal report ISTAT emerge un Paese con scarsa fiducia nel futuro, nonostante sia presente il desiderio di avere figli, ci si rinuncia; l’incertezza domina.

Le famiglie unipersonali, negli ultimi trent’anni passano dal 21,1% al 37,1%, le coppie con figli crollano dal 47,9% al 28,4%.

La generazione che va dai 20 ai 34 anni è decisamente più istruita dei loro genitori, ma più debole economicamente.

Solo poco più del 25% ha un lavoro stabile.

Altro elemento mai verificatosi prima d’ora: sono maggiori i giovani che occupano una posizione sociale inferiore rispetto al padre.

Nella stessa direzione quanto affermato dal Presidente ISTAT in sede di presentazione del rapporto:

“Il buon andamento del mercato del lavoro italiano, avviato nel post pandemia, è stato trainato dall’aumento dell’occupazione delle persone con 50 anni e più, che rappresentano una quota particolarmente consistente degli occupati, pari a circa il 42% nel 2025.”

Naturale che l’invecchiamento della forza lavoro (45,7 anni l’età media) non faciliti l’utilizzo delle nuove tecnologie, in particolare l’intelligenza artificiale (seppur in aumento ma distante dagli altri paesi europei) e la conseguente innovazione.

Fenomeno che incide più che proporzionalmente sulle piccole e medie imprese.

Senza dimenticare il continuo crescere del debito pubblico e del rapporto con il PIL, verso il superamento della soglia del 138%, dato che ci porterà a essere fanalino di coda dietro anche alla Grecia.

È urgente decidere assieme all’Europa dove vogliamo andare, da soli non si va nessuna parte; temi come la dipendenza energetica, la riduzione del divario tecnologico verso USA e Cina, e il capitale umano non possono attendere.

Gli sforzi vanno indirizzati verso quei settori a maggior valore aggiunto e parimenti inutile sprecare risorse in battaglie già perse.

Solo una politica, anche industriale, a lungo periodo premiante la competenza e non la gestione del consenso, può portarci ad essere competitivi e giocare la partita da prim’attori.

Non accontentiamoci, è nostro diritto/dovere sognare un futuro migliore.

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