Nella pandemia si è andato concretizzando un boom dell’export italiano di cui si parla poco essendo l’attenzione focalizzata sul principale traino della ripresa che è la domanda interna.
Nell’arco dell’anno che porta al II trimestre 2021, le esportazioni italiane di beni sono aumentate in volume (dati dei conti nazionali destagionalizzati e corretti per il calendario) del 43,7%, 14 punti in più dell’area euro nel suo insieme, 13 in più rispetto alla Germania, 10 sulla Francia, 9 sulla Spagna.
Se si considera che il commercio internazionale è cresciuto nello stesso periodo, sulla base di dati di commercio estero non del tutto comparabili, del 21%, si vede come la buona performance delle vendite italiane all’estero sottenda, nell’anno considerato, anche un aumento di quote in volume sui mercati mondiali, un evento a dir poco raro nell’era dell’export cinese.
Certo, vi è stato un rimbalzo post-lockdown e di questo si deve tener conto. Tuttavia, la caduta delle esportazioni italiane a inizio pandemia non è stata molto dissimile da quella dei partner europei, talché gli effetti di rimbalzo non avrebbero dovuto essere così differenziati a nostro favore. Inoltre, nell’arco di tempo più ampio che parte dal trimestre precedente la pandemia (IV-19) la dinamica delle esportazioni italiane non risulta peggiore di quella dell’area euro e resta superiore rispetto a Germania, Francia e Spagna.
In definitiva, si è in presenza di un effettivo recupero di competitività, di prezzo e no, originato dagli aggiustamenti attraversati dall’industria manifatturiera nell’ultimo decennio. Nel parlare di Patto per lo sviluppo si dovrebbe quindi tenere presente che nell’industria molto è già stato fatto con successo e senza bisogno di slogan, ma sulla base dei comportamenti e degli adattamenti anche dolorosi dei principali attori coinvolti.








