Un nuovo Policy Brief della School of Euroepan Political Economy (SEP) della Luiss discute le politiche economiche del governo e le attività in corso per l’utilizzo dei fondi europei di Next Generation Eu.
La Legge di bilancio per il 2021 “non appare in grado di fungere da ponte fra l’emergenza di oggi e lo sviluppo dei prossimi anni” e le scelte, finora effettuate per predisporre una bozza del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) “non appaiono efficaci né sul piano della governance né su quello della predisposizione di un numero limitato di progetti strategici”.
Sono i dubbi sulle imminenti scelte di politica economica del governo espressi dalla School of European Political Economy (Sep), il Think tank di economisti raccolto attorno all’università Luiss e di cui fanno parte, tra gli altri, Stefano Micossi, Marcello Messori, Carlo Bastasin, Marcello Clarich, Pier Carlo Padoan, Pier Paolo Benigno, Francesco Saraceno e Gianni Toniolo.
I due aspetti, legge di bilancio e Pnrr, sono tra loro profondamente intrecciati perché gran parte delle risorse messe a disposizione dello stato per il prossimo anno provengono appunto dal progetto Next Generation Eu, approvato dall’Unione Europea, e di cui il PNRR è la traduzione operativa per l’Italia.
Pochi numeri sono sufficienti a far comprendere lo scenario di riferimento.
L’Unione europea renderà disponibili al nostro paese nei prossimi mesi, attraverso Next Generation EU, fino a 209 miliardi di euro, dei quali 81 in forma di sovvenzioni a carico del bilancio dell’Unione e il rimanente in forma di prestiti rimborsabili in trent’anni a partire dal 2027.
Il Pnrr dovrà essere compiutamente definito entro aprile 2021. Gli impegni di spesa, con le riforme collegate, devono essere definiti per il 70 per cento nel 2021-22 e per la parte rimanente inderogabilmente entro il 2023; le risorse devono esser spese entro il 2026. La legge di bilancio si propone di integrare questo poderoso flusso di finanziamenti nel quadro della Finanza pubblica da definire per il 2021, ma qui vengono le note dolenti.
Innanzitutto – segnala il report della Sep – la legge di bilancio si fonda sul Documento programmatico di Bilancio (Dpb) inviato a Bruxelles prima dell’emergere della seconda ondata pandemica. Questa ha cambiato nuovamente le carte in tavola della finanza pubblica obbligando il governo a rinviare a fine novembre la predisposizione della Legge di Bilancio e a disporre, con i ristori alle categorie più colpite da covid-19, un ulteriore scostamento di 8 miliardi per il limite di indebitamento netto 2020. Ma soprattutto la manovra di bilancio, agli occhi degli economisti della LUISS, manifesta un “punto debole costituito dalla indeterminatezza dei contenuti delle due voci di gran lunga più consistenti e qualificanti della manovra”, quelle relative agli interventi per la crescita (in gran parte affidate al PNRR) e quelle relative alle misure di carattere redistributivo.
“Nulla ancora è stabilito riguardo alla configurazione che assumerà la riforma fiscale (profilo di aliquote e detrazioni, assegno famiglia), cosicché restano indefiniti i suoi reali effetti redistributivi. A sua volta, il Fondo da oltre 120 miliardi di risorse NG-EU resta in gran parte non ancora allocato alle politiche che dovrebbero sostanziarne l’impiego”. Naturalmente, ciò è dovuto al fatto che il PNRR è ancora in fase di elaborazione, ma ciò non toglie che la posta di bilancio principale del triennio resti non specificata nei suoi utilizzi e quindi anche nei suoi effetti sulle determinanti della capacità di crescita di medio-lungo periodo della nostra economia.
C’è poi, nei documenti di bilancio finora disponibili, un “pericolo” ed un “errore grave”. Il pericolo, segnalato dall’Unione Europea, è la mancata indicazione della “copertura prospettica di alcune importanti misure che implicano effetti permanenti e non temporanei sulla finanza pubblica e, tra queste, in primis proprio la decontribuzione al Sud e il fondo per la riforma fiscale”. “Dati l’alto livello del debito pubblico italiano e l’elevata sfida rappresentata dalla sua sostenibilità – è l’avvertimento lanciato dalla Commissione e rilanciato dalla SEP – è importante per l’Italia assicurare che la sostenibilità fiscale sia preservata nel medio termine”.
Quanto all’errore grave si riferisce al modo con cui è stata impostata la fiscalità di vantaggio per il Sud. “le risorse vengono concentrate sulla decontribuzione, ben 16 miliardi in tre anni e altri 24-25 nel periodo successivo (in tendenza), invece che sul credito d’imposta per gli investimenti al Sud, cui vengono assegnati due miliardi e per due soli anni. Ora, la decontribuzione è uno strumento che non assicura che all’esborso di risorse pubbliche rispondano investimenti da parte delle imprese – al contrario del credito d’imposta, che può essere utilizzato solo a fronte di investimenti reali”.
I limiti segnalati dagli economisti nel loro report si ritrovano anche nella predisposizione del Pnrr su cui – fanno presente – “persiste fittissima nebbia” e soprattutto manca “una seria discussione” sulle riforme per correggere le debolezze strutturali che da sempre caratterizzano il sistema Italia e che giustificano un così imponente flusso di risorse europee verso il nostro paese. Le indicazioni, al momento, sono generiche e gli interventi si proiettano “in un futuro non solo indefinito ma velleitario”.
Quanto al merito degli interventi “il governo si balocca con l’idea di affidare la formulazione dei progetti alle grandi aziende partecipate. Queste hanno certamente capacità di progettazione e d’investimento e potrebbero anche, in taluni casi, giocare un ruolo diretto importante (l’idrogeno, le reti intelligenti, il 5G). Tuttavia, non può che appartenere al governo la scelta delle grandi infrastrutture sulle quali puntare o il modello di sistema sanitario sul quale investire per correggere le debolezze fatte emergere dalla crisi pandemica”.
In sostanza “la discussione politica sulle riforme non è mai cominciata”. E questo fa emergere un interrogativo di fondo. “In quale paese – si chiedono gli economisti della SEP – gli italiani vogliono vivere e lavorare?” “Per quanto ci riguarda – è la loro risposta – vorremmo trovarci nel 2026, quando cesserà il flusso di trasferimenti e crediti dall’Unione Europea, con un paese che abbia ritrovato la capacità perduta della crescita economica, indispensabile al benessere dei giovani e all’espressione delle loro libere opportunità, e sia dotato di uno stato sociale maggiormente in grado di invertire la crescita della povertà e della disuguaglianza. Inversione necessaria non solo per ragioni di equità, ma anche per ragioni di efficienza, rendendo l’economia più produttiva.
“Siamo davvero convinti che ci sia una luce in fondo al tunnel”, dicono gli economisti della SEP. Tuttavia, ritengono che non sia possibile raggiungere la luce dopo il lungo buio del 2020 senza una visione generale del paese e un preciso sforzo di analisi a supporto delle politiche necessarie a realizzare tale visione. Senza infine “esprimere con trasparenza le finalità e gli strumenti di fronte all’opinione pubblica”.








