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Senza il buco da 6,1 miliardi del Superbonus il deficit italiano sarebbe stato al 2,8% | L’analisi

Il Superbonus ha colpito ancora.

Con la stessa tecnica da guerriglia che l’ha reso celebre nella storia recente dei conti pubblici, quando ha fatto emergere solo a cose fatte oltre 100 miliardi di euro di deficit che erano sfuggiti ai calcoli della Ragioneria generale dello Stato.

Anche nel 2025 il supersconto edilizio, pure alleggerito nell’agevolazione dal 110% al 65% e mutilato della cessione dei crediti, è riuscito a rimanere acquattato nelle pieghe dei conti per sbucare poi a tradimento, alle spalle di un deficit strattonato a forza fuori dal sentiero del 3%.

La solita polemica incrociata sulle colpe ha infiammato il dibattito politico dopo il consiglio dei ministri di mercoledì. Ma i numeri del Documento di finanza pubblica raccontano una storia più articolata.

Che va molto oltre i 600 milioni di crediti d’imposta contestati dall’amministrazione finanziaria ma non scontati dal deficit (Sole 24 Ore di ieri). E si snoda lungo una serie di indizi disseminati nel Documento.

Il primo si incontra a pagina 2, dove il ministero dell’Economia spiega che la sorpresa sul disavanzo dell’anno scorso è stata generata dall’«emersione in gran parte inattesa di nuovi crediti edilizi legittimati dalla legislazione previgente sul Superbonus».

Ma l’identikit puntuale prende forma a pagina 62, dov’è spiegato che sull’andamento della spesa primaria «ha inciso in maniera rilevante la componente dei contributi agli investimenti riconducibile a crediti per bonus edilizi per circa 84 miliardi», generati «prevalentemente dall’emersione tardiva di una coda di operazioni effettuate nell’anno 2025 e comunicate all’Agenzia delle Entrate entro il 16 marzo 2026» (nota 3 nella stessa pagina).

Ancora una volta si sono manifestati gli effetti delle deroghe riconosciute dal DL 11 del febbraio 2023, che avrebbe dovuto fermare l’emorragia da Superbonus: senza successo, come aveva già dimostrato il fatto che proprio il 2023 si era poi rivelato l’anno record della spesa da Superbonus con la cifra ciclopica di 84,823 miliardi scritta in fondo all’assegno.

Ora le somme in gioco sono più basse (ci mancherebbe). Ma non esattamente marginali: e certo non irrilevanti sui destini della finanza pubblica, come mostra per tabulas la mancata uscita dalla procedura di infrazione.

Quanti di quegli 84 miliardi sono davvero rimasti nascosti tra i cespugli nella foresta dei conti pubblici senza farsi stanare in tempo utile dai radar del Mef?

Il Dfp non dà una cifra precisa. Ma suggerisce in modo piuttosto puntuale gli ordini di grandezza.

Senza «la revisione dei costi legati al Superbonus», si legge a pagina 92, «il tasso di crescita della spesa netta sarebbe stato pari a circa l’1,2%», e non sarebbe quindi arrivato all’1,9% scritto nelle tabelle aggiornate.

La «spesa primaria netta» su cui si fondano le nuove regole del Patto Ue valeva nel 2024 circa 1.051 miliardi di euro: i sei decimali di distanza fra la crescita prevista e quella realizzata l’anno successivo valgono quindi poco più di 6 miliardi.

La controprova arriva dalla voce «contributi in conto capitale», quella in cui è incasellata la spesa per i crediti d’imposta: nel piano dei conti di ottobre era calcolata in 31,705 miliardi, ora (tabella a pagina 72 del Dfp) si è gonfiata a 37,839 miliardi, cioè 6,134 miliardi in più.

Tanto, euro più euro meno, vale il nuovo buco del Superbonus, senza il quale il deficit si sarebbe fermato al 2,8% del Pil: risparmiando al Paese un altro anno in procedura e l’ennesimo dibattito un po’ surreale sul secondo decimale dopo la virgola.

Anche l’ondata (a questo punto davvero) finale del Superbonus è stata gonfiata da «numerosissime anomalie», ha denunciato mercoledì il ministro dell’Economia Giorgetti, al centro ora di un fitto lavoro di verifica da parte di Entrate e Guardia di Finanza (si veda la pagina a fianco): lavoro che a consuntivo potrebbe anche cambiare nuovamente il conto, ma a tempo scaduto.

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