Sale per il secondo mese consecutivo la produzione industriale italiana a marzo, spinta dal settore auto, ma la crescita non basta a far recuperare il primo trimestre che chiude con il segno negativo.
Mentre lo scenario economico globale rimane contrassegnato dall’incertezza, legata alla durata della guerra e agli effetti sul mercato energetico.
I dati Istat e l’analisi sull’andamento dell’economia tracciano un quadro in chiaroscuro.
La produzione industriale a marzo aumenta sia rispetto a febbraio (+0,7%) sia rispetto ad un anno prima (+1,5%).
Tuttavia, nonostante la ripresa di febbraio e marzo, nella media del primo trimestre diminuisce dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti.
Tornando all’andamento mensile, tra i diversi settori, l’incremento più elevato si registra nella fabbricazione di mezzi di trasporto (+11,2% annuo), con gli autoveicoli in testa.
All’opposto la flessione più ampia riguarda la fabbricazione di prodotti chimici (-7,8%).
Se dunque trainano i cosiddetti beni strumentali, vanno male i beni di consumo, in calo congiunturale da quattro mesi.
Con il crollo dei beni durevoli: un andamento negativo che preoccupa i consumatori, perché “indicatore della difficoltà delle famiglie”, dice l’Unc.
E il quadro potrebbe “sensibilmente peggiorare”, avverte anche il Codacons.
Del resto, è lo stesso Istituto nella Nota sull’andamento dell’economia ad evidenziare che i dati disponibili incorporano solo in parte gli effetti del conflitto in Medio Oriente, che sta determinando una forte riduzione nell’offerta e un marcato rialzo dei prezzi delle materie prime energetiche.
Le prospettive dell’economia mondiale restano pertanto incerte.
Mentre i ritmi di crescita sono differenziati: il primo trimestre delinea “un marcato dinamismo della regione asiatica, una buona performance degli Stati Uniti e una persistente debolezza in Europa”.
Quanto all’economia italiana, il Pil con il +0,2% su base congiunturale, secondo la stima preliminare del primo trimestre, “prosegue il percorso di crescita iniziato nel secondo semestre 2025”, sottolinea l’Istat evidenziando che la performance è stata migliore di quella francese (+0,0%) ma peggiore di quella spagnola e tedesca (rispettivamente +0,6% e +0,3%).
L’Istat fa il punto anche sul drenaggio fiscale, il fenomeno per cui l’aumento nominale dei redditi spinge i contribuenti verso scaglioni d’imposta più alti, aumentando l’aliquota media.
E, riportando le stime condotte, afferma che le riforme fiscali attuate tra il 2021 e il 2026 “hanno più che compensato il drenaggio osservato nello stesso periodo, comportando un beneficio medio pari a 40 euro per contribuente”.
Un ruolo cruciale, spiega, è stato svolto dal passaggio dalle detrazioni per i figli a carico all’Assegno unico, per il quale si prevede l’indicizzazione al costo della vita.
Dati che, commenta il viceministro dell’Economia, Maurizio Leo, “confermano la bontà del nostro lavoro. È un risultato che dà sostanza all’impegno preso con gli italiani. La rotta tracciata dalla delega fiscale è quella giusta”.








