Con il voto per il referendum dai giovani è arrivato un messaggio potente al mondo degli adulti: “svegliatevi, muovetevi, vogliamo altro per il nostro futuro, non la guerra”.
Non è stata la riforma della giustizia, o almeno non è stata solo quella, a spingere i giovani: il loro ritorno in massa alle urne, concordano gli esperti, è stato il modo per mandare alla politica un richiamo ad alta voce, in un momento storico molto difficile in cui non si parla più di clima e di diritti, temi che stanno loro a cuore, ma solo di guerra.
“I dati delle ultime elezioni politiche – ragiona Mario Morcellini, esperto di Sociologia e professore emerito di Comunicazione e processi culturali alla Sapienza di Rona, dove è stato preside di facoltà – attestavano già un voto giovanile molto interessante e singolare: nella fascia d’età tra i 18 e i 25 anni i giovani sceglievano vocazioni non ideologiche ma ideali: l’ambiente e l’Europa innanzitutto. Questo contribuisce a spiegare il successo del loro ‘no’ al referendum, che non è privo delle radici del passato recente: è difficile che ci siano rivoluzioni immediate”.
Ma non c’è solo questo. Alcuni provvedimenti del governo, dai decreti sicurezza al decreto anti rave, passando per le telecamere negli istituti, la stretta sulle sospensioni e il voto in condotta a scuola, non avrebbero contribuito a far tifare i giovanissimi per la riforma della giustizia voluta dal governo.
“C’è un atteggiamento – spiega Arianna Montanari esperta di Sociologia Politica ed ex docente alla facoltà di Scienze politiche alla Sapienza – che viene considerato punitivo e che ha creato l’idea di un governo non amico, di una libertà non più assicurata. Inoltre i giovani sono stati molto presenti a tutte le manifestazioni negli ultimi due anni per la Palestina e per la pace. Abbiamo l’abitudine di pensare che i giovani non sono come quelli del passato, non hanno la stessa tensione ideale, ma spesso sono anche meglio. Aggiungo che la Costituzione è molto amata in Italia, anche nelle scuole viene studiata e per i giovani rappresenta una garanzia. Infine, per le giovani generazioni andare contro il governo significa anche sognare un mondo diverso: è tipico dei giovani dire ‘no’, questo in generale, i giovani sono progressisti, per loro l’ordine va naturalmente cambiato”. La partecipazione dei giovani al voto referendario è stato un richiamo “sociale e collettivo” per lo psicoterapeuta Michele Battuello. “Si sono sentiti voce in capitolo ed hanno voluto far sentire la propria voce, dare uno stimolo ad essere collettività e non singoli individui, attivandoci per un futuro migliore”, riflette.
Per Morcellini, infine, “ha vinto una volontà di equilibrio tipica della vecchia Dc che oggi appare ai più una risorsa, persino ai giovani. Tra questi ultimi, poi, è prevalsa l’idea di un appello per la democrazia, che per i nostri tempi non è affatto una cattiva notizia: i giovani hanno mostrato di votare in modo intelligente e quasi utilitarista per il loro futuro, seguendo il principio che ‘Il futuro mi interesa perchè è lì che passerò il resto della mia vita’”.








