In Sardegna una parte consistente della ricchezza delle famiglie resta immobilizzata in abitazioni o ferma sui depositi bancari e si trasforma solo in parte in capitale finanziario e investimento produttivo.
È quanto emerge dal report del Centro Studi di Confindustria Sardegna “Il risparmio che non diventa capitale”.
Alla fine del 2024 la ricchezza netta delle famiglie sarde era di circa 251 miliardi, pari a 160 mila euro pro capite.
Sopra la media del Mezzogiorno, ma a -39 mila euro rispetto ai 199 mila della media nazionale.
Il divario non riguarda il patrimonio reale: con 122 mila euro pro capite le famiglie sarde stanno sopra la media italiana.
Pesa invece la componente finanziaria, ferma a poco più di 53 mila euro a testa contro i 100 mila della media nazionale.
Nel 2024 le attività finanziarie ammontavano a 83,3 miliardi.
Il 38,8% era in depositi bancari e risparmio postale, 32,3 miliardi.
Titoli, azioni e fondi valevano 33,7 miliardi, il 40,5%, contro il 51,8% del dato nazionale.
“Non è un problema di consistenza complessiva del patrimonio – spiega Andrea Porcu, direttore del Centro Studi – ma di allocazione poco produttiva, difficilmente trasformabile in capitale per investire, innovare e finanziare nuove imprese.”
Secondo le stime, con una composizione più simile alla media italiana la Sardegna avrebbe potuto ottenere nel decennio 2014-2024 rendimenti aggiuntivi per 8,1 miliardi.
Con una riallocazione più ampia il potenziale sale a 10,3 miliardi.
Il deficit si riflette sulle Pmi, già penalizzate da insularità e mercato ridotto.
“Il risparmio che non diventa capitale – conclude Andrea Porcu – riduce la capacità delle imprese di competere e frena iniziative imprenditoriali, soprattutto giovanili, dal rendimento economico e sociale superiore.”








