Le morti bianche continuano a essere un fenomeno in crescita, con una «media di oltre tre morti al giorno». A parlarne è Chiara Saraceno, che analizza la questione sottolineando che l’estrema diffusione cosiddette “morti bianche”: «Si continua a morire nelle fabbriche, nei campi e nelle serre, nei cantieri edili, nei magazzini, in mare, sui mezzi di trasporto, nelle strutture ospedaliere, per strada. Muoiono donne e uomini, giovani e persone in età matura, autoctoni e stranieri, anche se tutti per lo più accomunati, al netto delle vittime per Covid 19 dall’avere occupazioni manuali, spesso ma non sempre, a bassa qualifica».
«I morti sul lavoro» annota Saraceno su Repubblica «erano già aumentati lo scorso anno e sono cresciuti ulteriormente quest’anno: sia la riduzione dell’occupazione sia la sua ripresa stanno richiedendo un sacrificio umano intollerabile, che va di pari passo con la precarietà dei contratti, il mancato o insufficiente investimento da parte delle aziende sul capitale umano, il timore di perdere il lavoro, o le commesse, o entrambi, una cultura del lavoro e imprenditoriale in cui la fretta, il “tagliare gli angoli”, ridurre i “tempi morti”, troppo spesso prevale sulla sicurezza, in una forma vuoi di ricatto vuoi di sfida, anche talvolta interiorizzata e fatta propria dalle stesse potenziali vittime».
«Per questo, tra i morti sul lavoro troviamo spesso fianco a fianco piccoli imprenditori e operai, coltivatori diretti e braccianti. Si aggiunga che le cifre dell’Inail includono solo i morti sul lavoro “ufficiali”, quelli che avevano un contratto di lavoro regolare, anche quando precario, ed erano coperti dall’assicurazione. Aumentare le pene è forse necessario, ma sicuramente non sufficiente. Ciò significa aumentare i controlli, non solo da parte dell’ispettorato del lavoro, ma anche delle Asl. E anche i sindacati devono fare la loro parte là dove sono presenti».
«Ma i sindacati, così come le associazioni imprenditoriali, devono anche fare opera sistematica di formazione alla prevenzione presso i propri iscritti e in generale presso i lavoratori da un lato, i datori di lavoro dall’altro. Occorre un’azione capillare, anche a livello culturale, che si opponga all’idea del lavorare a tutti i costi e in tutte le condizioni, in sprezzo del rischio e del valore della vita umana, anche di quella del lavoratore o della lavoratrice più precaria e perciò più ricattabile. Occorre più formazione insieme tecnica e culturale per tutti, lavoratrici/lavoratori e datori di lavoro, che riconosca dignità al lavoro e prima ancora a chi lo fa».
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