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Chiara Saraceno (sociologa): «Il lavoro in Italia squalifica, non dà più dignità»

In Italia il lavoro è caratterizzato da profonde problematiche legate ai bassi salari e alle scarse condizioni. A parlarne è Chiara Saraceno, che nel suo editoriale scrive «nella Repubblica fondata sul lavoro non esiste solo una grande questione salariale che rischia di diventare esplosiva con tassi di inflazione che si mangiano fette sempre più ampie di salari già troppo modesti. C’è anche la questione che per troppe persone, specie se giovani di ambo i sessi o donne di ogni età, il lavoro non è fonte, per quanto non esclusiva, di identità, una modalità positiva di collocazione di sé nel mondo e nelle relazioni sociali, di riconoscimento del proprio valore».

«Al contrario è fonte di squalificazione sociale a motivo delle condizioni di lavoro, della precarietà e dei bassi salari», afferma su La Stampa. «È una condizione che riguarda lavoratori a bassa qualifica, ma anche lavoratori ad elevata specialità. La precarietà sembra diventata la condizione di lavoro più diffusa per chi è entrato negli ultimi anni nel mercato del lavoro. Anche gli ultimi dati sul mercato del lavoro segnalano come la grande maggioranza dei nuovi contratti di lavoro riguarda posizioni a tempo, spesso brevissimo».

«La temporaneità, per altro, non caratterizza sono il periodo di ingresso, ma si cronicizza nel tempo, diventando una condizione semi-permanente, per altro anche poco protetta dagli ammortizzatori sociali esistenti, come è emerso in modo chiaro durante la pandemia, quando si è dovuto in qualche modo provvedere a fornire un qualche aiuto a categorie di lavoratori e lavoratrici altrimenti prive di ogni rete di protezione».

«Precarietà e squalificazione sociale riducono l’orizzonte rispetto al quale progettare la propria vita, perciò anche la libertà. Non ci può essere né sviluppo né coesione sociale» insiste Saraceno «se non si riconosce dignità a chi lavora, tramite rapporti di lavoro non sfruttatori o ricattatori e con compensi adeguati. Considerare i lavoratori, specie se giovani o donne, come “usa e getta”, non degni né di riconoscimento né di investimento, non solo è ingiusto di un paese che si vuole democratico e civile».

«È anche suicida nel medio-lungo periodo, per le imprese che operano in questo modo e per la società tutta. La politica dei bassi salari e della precarietà ad oltranza non sembra sia servita a rendere più competitive le aziende che la perseguono, al contrario. Il declino demografico e l’emorragia di giovani qualificati che cercano riconoscimento all’estero» conclude «sono la spia di una perdita di fiducia nelle possibilità offerte in questo paese a chi vorrebbe investire nel futuro e/o provare le proprie capacità».

In Italia il lavoro è caratterizzato da profonde problematiche legate ai bassi salari e alle scarse condizioni. A parlarne è Chiara Saraceno, che nel suo editoriale scrive «nella Repubblica fondata sul lavoro non esiste solo una grande questione salariale che rischia di diventare esplosiva con tassi di inflazione che si mangiano fette sempre più ampie di salari già troppo modesti. C’è anche la questione che per troppe persone, specie se giovani di ambo i sessi o donne di ogni età, il lavoro non è fonte, per quanto non esclusiva, di identità, una modalità positiva di collocazione di sé nel mondo e nelle relazioni sociali, di riconoscimento del proprio valore».

«Al contrario è fonte di squalificazione sociale a motivo delle condizioni di lavoro, della precarietà e dei bassi salari», afferma su La Stampa. «È una condizione che riguarda lavoratori a bassa qualifica, ma anche lavoratori ad elevata specialità. La precarietà sembra diventata la condizione di lavoro più diffusa per chi è entrato negli ultimi anni nel mercato del lavoro. Anche gli ultimi dati sul mercato del lavoro segnalano come la grande maggioranza dei nuovi contratti di lavoro riguarda posizioni a tempo, spesso brevissimo».

«La temporaneità, per altro, non caratterizza sono il periodo di ingresso, ma si cronicizza nel tempo, diventando una condizione semi-permanente, per altro anche poco protetta dagli ammortizzatori sociali esistenti, come è emerso in modo chiaro durante la pandemia, quando si è dovuto in qualche modo provvedere a fornire un qualche aiuto a categorie di lavoratori e lavoratrici altrimenti prive di ogni rete di protezione».

«Precarietà e squalificazione sociale riducono l’orizzonte rispetto al quale progettare la propria vita, perciò anche la libertà. Non ci può essere né sviluppo né coesione sociale» insiste Saraceno «se non si riconosce dignità a chi lavora, tramite rapporti di lavoro non sfruttatori o ricattatori e con compensi adeguati. Considerare i lavoratori, specie se giovani o donne, come “usa e getta”, non degni né di riconoscimento né di investimento, non solo è ingiusto di un paese che si vuole democratico e civile».

«È anche suicida nel medio-lungo periodo, per le imprese che operano in questo modo e per la società tutta. La politica dei bassi salari e della precarietà ad oltranza non sembra sia servita a rendere più competitive le aziende che la perseguono, al contrario. Il declino demografico e l’emorragia di giovani qualificati che cercano riconoscimento all’estero» conclude «sono la spia di una perdita di fiducia nelle possibilità offerte in questo paese a chi vorrebbe investire nel futuro e/o provare le proprie capacità».

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