Le ricadute della crisi dei partiti. Un tema di cui parla Sabino Cassese sul Corriere della Sera facendo notare che “l’attuale esecutivo, che pure ha una ampia maggioranza in Parlamento, ha adottato, in cento giorni, quindici decreti legge (ma molti governi precedenti non sono stati da meno).
Questi poi passano in Parlamento per la conversione, e i parlamentari ne triplicano le dimensioni, riempiendoli di provvedimenti amministrativi che assumono la veste di atti con forza di legge.
Questo – sottolinea l’editorialista – non è solo il prodotto delle frustrazioni di parlamentari che credevano di assumere la veste di legislatori e se la vedono sottratta dall’esecutivo, ma anche della sfiducia nei confronti della disprezzata burocrazia, della quale «non ci si fida»: di qui l’aspirazione massima del parlamentare, di approvare leggi «autoapplicative», cioè che non abbiano bisogno di quella «inaffidabile» burocrazia per essere eseguite.
Ne conseguono un eccesso di norme d’impianto casistico, una autoriduzione della forza del Parlamento, che rinuncia a «fare politica», l’evaporazione della divisione dei poteri.
Questi circoli viziosi – spiega Cassese – indicano un’apatia della società, che non è però disinteresse per la politica: accurate indagini statistiche hanno mostrato che la partecipazione politica passiva è più di otto volte superiore di quella attiva e il fiorire in tutta Italia di scuole di politica sta lì a dimostrare che non si tratta di recessività della domanda politica, quanto di debolezza dell’offerta.
Questo vuol dire che i cittadini sono interessati alla politica, ma non vi si fanno coinvolgere attivamente. Non si tratta di sordità della popolazione, quanto di debolezza delle proposte politiche, di incapacità di attrarre l’elettorato verso l’impegno attivo.
Insomma, quelli che chiamiamo «rappresentanti» non riescono a rappresentare il Paese, che se ne allontana, per colpa della inconsistenza dell’offerta politica di forze prigioniere del solo quotidiano e dell’incapacità dei futuri governanti, pronti solo a fare proposte «mordi e fuggi», invece di elaborare un programma con «obiettivi di legislatura». A un Paese ansioso del futuro – conclude – la politica sa solo indicare che fare oggi”.








