“Trump ormai sa di aver fatto un errore madornale scatenando questa guerra: perderà le elezioni e deve fronteggiare un incendio politico in casa, nel suo partito e nello stesso movimento Maga. Vorrebbe uscirne dichiarando di aver vinto anche se non è vero, ma non può se Hormuz resta bloccato e Teheran non cede l’uranio arricchito”.
Lo sostiene l’editorialista Massimo Gaggi, storico inviato del Corriere a New York.
“I pasdaran percepiscono la sua fretta, hanno capito che i rantoli notturni presidenziali sui social («Vi riporto all’età della pietra», «Aprite quello Stretto, fottuti bastardi, vi mando all’inferno») sono solo espressioni della frustrazione di un leader finito in gabbia, pur essendo l’uomo più potente del mondo. Paga la sua pretesa di vincere incutendo timore anche a chi non ha più molto da temere, paga la mancanza di una strategia, ma anche l’eccessivo accentramento del potere: si è circondato di yes men che non hanno il coraggio di illustrargli verità scomode e non lo mettono in guardia quando imbocca una roadmap irrealistica.
Che il suo metodo non funzionasse più l’avrebbe dovuto capire già un anno fa quando cominciò ad applicarlo ai dazi. L’uomo che non fa mai marcia indietro si rimangiò almeno dieci volte le sue minacce estreme provocando sconquassi nei mercati (oscillazioni volute, secondo alcune interpretazioni maliziose). Sosteneva fosse un buon metodo negoziale quello di battere i pugni sul tavolo, ma quando le merci cinesi hanno avuto un dazio del 10% invece dell’annunciato 145, Trump si è visto attribuire un soprannome infamante: Taco, acronimo che sta per «Trump Always Chickens Out», Trump fa sempre dietrofront.
Costretto ad arretrare davanti ai mercati, ora il presidente uscirà a pezzi da una guerra nella quale, a parte l’imprevista resistenza del regime, ancora più militarizzato dopo l’uccisione della Guida suprema, non aveva capito né la vulnerabilità militare Usa in un conflitto asimmetrico né quella economica del suo Paese: esposto alle crisi energetiche per via dei prezzi mondiali, pur essendo teoricamente autosufficiente per petrolio e gas.
Trump vuole mettersi alle spalle l’Iran e prima o poi ci riuscirà, ma a caro prezzo. Dei 5 obiettivi che si era posto il giorno dell’attacco — denuclearizzazione, cambio di regime, azzeramento dei missili, distruzione della flotta, neutralizzazione degli alleati esterni di Teheran (Hamas e Hezbollah) — solo uno è stato raggiunto: l’annientamento della flotta. Dopo lo sberleffo Taco, ora Donald se la deve vedere con un fantasma ben più insidioso: quello di Jimmy Carter” conclude Gaggi.








