Sulla Stampa Rosa Balfour, direttore di Carnegie Europe, si domanda se la Russia abbia realmente intenzione di trattare per giungere a una pace. La Turchia ospita di nuovo le delegazioni di Kiev e Mosca, dopo che gli ultimi colloqui non hanno avuto esito positivo.
Se portassero alla definizione di un corridoio umanitario per evacuare i sopravvissuti di Mariupol, sarebbe già un buon risultato. I pronostici sono però ancora solo scommesse, sebbene il semplice fatto che le due delegazioni si incontrino conforta i leader europei impegnati a favorire il dialogo.
Così anche Francia, Germania e Italia i rendono disponibili a sostenere un’iniziativa di mediazione, complessa quanto necessaria. Non si deve certo rinunciare alla diplomazia, ma l’incertezza è sovrana: non sappiamo ancora se ci possano essere i margini per stabilire un clima di fiducia reciproca sufficiente a garantire un cessate il fuoco; e, più in generale, è presto per immaginare quali potrebbero essere e condizioni per porre fine alla guerra.
I trascorsi di queste settimane non lasciano presagire facili fumate bianche. I piani del Cremlino per una guerra lampo con rapida capitolazione dell’Ucraina e il ribaltamento del regime a Kiev si sono infranti davanti alla resistenza ucraina. Questo ha portato a un cambio di strategia nell’attacco: ora Mosca mira alla distruzione di ospedali, abitazioni, scuole, teatri, biblioteche, università e cittadini disarmati.
È difficile credere che i corridoi umanitari possano essere davvero rispettati quando i civili in fuga sono stati bombardati. Se non bastasse, la delegazione russa impegnata nei colloqui è di basso profilo e senza alcuna capacità di influenza sul ristretto nucleo decisionale che ruota intorno a Putin.
Anche il portavoce del Cremlino, Peskov, e il ministro degli Esteri Lavrov non sembrano avere un vero filo diretto con il presidente. È arduo pensare che la delegazione russa possa proporre o accettare alcunché in questa fase della guerra.








