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Riviste le previsioni economiche: ribasso per l’Area Euro, rialzo per l’Italia | L’analisi di Sergio De Nardis

A 10 giorni dalla diffusione, le previsioni primaverili della Commissione europea sarebbero già da ridefinire.

Ricordiamo che le Spring Forecast sul 2026 stimavano il Pil in crescita dello 0,9% nell’Area euro, 0,8% in Francia, 0,6% in Germania e 0,5% in Italia.

Questo quadro appare ora superato non in quanto vi è stato un cambiamento nella situazione internazionale, ma perché, a seguito della revisione dei dati storici trimestrali, è mutato il passato, al ribasso per l’area euro (per l’instabilità delle statistiche irlandesi) e la Francia, al rialzo per l’Italia, con la Germania che ha, invece, visto confermate le dinamiche note.

Così se la Commissione dovesse rifare oggi le stime, mantenendo invariati dal II trimestre in poi i profili di crescita dei vari paesi che si attendeva appena 10 giorni fa, dovrebbe situare il Pil del 2026 in prossimità dello 0,7% nell’Eurozona, in Francia e in Italia (in effetti, per il nostro paese questa è anche la recente previsione Istat).

La Germania sarebbe confermata allo 0,6%.

Sarebbe uno sconvolgimento?

Si sta parlando di decimali e poco cambia.

Ma per i previsori i decimali sono essenziali.

Collocare una stima sopra o sotto una certa soglia convoglia un intero mondo di significati.

Che sono poi quelli raccolti da analisti e osservatori per sostenere le loro tesi.

Venendo al caso attuale, è sulla base di questo tipo di stime che è ripartita la narrazione dell’Italia fanalino di coda e del ritorno, dopo breve parentesi, del declino.

La frase ricorrente che a tal proposito si è ascoltata negli ultimi mesi è “come mostrano le previsioni”.

A questo punto, il minimo che si può dire è che tali diagnosi possono anche rivelarsi corrette, ma devono basarsi su dati più certi e consolidati (anche per valutare il Pnrr) e non appellarsi a prospettive future che, oltre a poggiare su sabbie mobili (le revisioni che cambiano il passato), sono dipendenti dalle lenti scelte dal previsore perché più consone ad assecondare il suo giudizio iniziale (o pregiudizio) circa gli andamenti di fondo a cui le economie, senza le riforme ritenute necessarie, sarebbero condannate prima o poi a tornare.

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