Sul Fatto Quotidiano, Marco Travaglio ripercorre l’evoluzione degli impegni italiani sulle spese militari nell’ambito Nato, criticando duramente l’incoerenza dei governi italiani e delle principali forze politiche.
L’autore ricorda che già nel 2014, durante il governo Renzi, l’Italia confermò l’obiettivo Nato del 2% del Pil destinato alla difesa, impegno però rimasto a lungo solo teorico per mancanza di risorse.
Né i governi successivi di Gentiloni e Conte, osserva Travaglio, diedero reale seguito all’aumento delle spese militari, che nel 2021 erano ferme all’1,4% del Pil.
La svolta arrivò nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, quando l’amministrazione di Joe Biden spinse gli alleati Nato ad accelerare.
Secondo Travaglio, il governo guidato da Mario Draghi promise allora di raggiungere il 2% entro il 2024, scelta criticata da Papa Francesco e osteggiata da Giuseppe Conte, che chiedeva tempi più lunghi per l’aumento delle spese militari.
L’editoriale cita anche diversi quotidiani che all’epoca attaccarono Conte accusandolo di demagogia e scarso atlantismo.
Travaglio sostiene invece che, alla fine, lo stesso Draghi rinviò l’obiettivo del 2% al 2028, adottando di fatto la linea proposta dal leader del Movimento 5 Stelle.
La critica più dura è rivolta però al governo di Giorgia Meloni.
Travaglio evidenzia come la premier abbia prima confermato il target del 2%, poi aderito alla richiesta di Donald Trump di portare le spese militari al 5% del Pil, salvo assistere poco dopo alle divisioni della stessa maggioranza su quell’impegno, definito “irrealistico” da parte dei partiti di governo.
Secondo l’autore, questa continua alternanza di posizioni dimostra l’incoerenza della politica italiana sul tema del riarmo e della Nato.








