Ieri ho fatto il consiglio di Istituto del mio Liceo e i rappresentati degli studenti ci hanno detto due cose semplici .
Primo: “la fatica con la didattica a distanza è quadruplicata. Svegliarsi tutte le mattine e mettersi davanti ad uno schermo è difficile. Vi preghiamo di ricordarci perché vale la pena fare questa fatica. Vi chiediamo di dirci una volta di più, il motivo per cui è bello studiare una certa materia. Il punto di ripresa emerge sempre nel momento del dialogo, quando scopriamo che cosa c’entra con noi quello che studiamo”.
Secondo: “abbiamo scoperto quanto sia importante l’abbraccio, il contatto. I messaggini e le video call non colmano questa esigenza. Fateci tornare a scuola, anche se per poco tempo. Sentiamo la mancanza dell’ambiente fisico”.
Ma qual è la risposta di noi adulti a queste domande comuni a tutti i ragazzi italiani, oggi?
Zona gialla, zona arancione, zona rossa: in tutti e tre i casi le scuole superiori sono chiuse e possono proseguire solo con la didattica a distanza. Parliamo di riapertura, dopo il 3 Dicembre, dei ristoranti e dei bar, ma non delle scuole superiori, neanche per una parte ridotta dell’orario. Forse per l’idea che continuare così fino a gennaio, dopo le vacanze di Natale, per i ragazzi sia indifferente.
Non è vero. E’ proprio su questo che dovremmo fare molta attenzione. Anche una settimana può fare la differenza. Sono tanti gli studi che confermano i disturbi emersi nei giovani: l’aumento dell’irritabilità, disturbi del sonno e disturbi d’ansia.
L’isolamento a casa durante l’emergenza da coronavirus ha causato l’insorgenza di problematiche comportamentali e sintomi di regressione nel 65% di bambini di età minore di 6 anni e nel 71% di quelli di età maggiore di 6 anni (fino a 18). È quanto emerge da un’indagine sull’impatto psicologico e comportamentale del lockdown nei bambini e negli adolescenti in Italia, condotta dall’ospedale pediatrico Gaslini di Genova e pubblicata sul sito del ministero.
Chi ha dei figli sa che non è semplice riagganciare i ragazzi quando si rompe il filo del loro rapporto con la realtà, e la scuola è fondamentale per non spezzarlo. E’ vero, i ragazzi dai 14 anni in su sono stati la parte della popolazione più facile da “sacrificare” per chi non è stato capace di preparare la riapertura delle scuole “al di fuori dalle scuola”, sul versante dei mezzi pubblici e dell’organizzazione sanitaria.
Ma non dobbiamo sottovalutare quello che sta accadendo ora. I dati sugli screening fatti all’interno delle classi, in conseguenza della segnalazione di alunni positivi contagiati dal virus “fuori dalla scuola”, non sono mai stati comunicati ed anche i numeri riportati due giorni fa, su questo giornale, dal direttore del dipartimento di salute pubblica di Bologna non chiarivano tale punto.
Se i dati venissero forniti, vedremmo rappresentata la realtà che abbiamo sotto gli occhi, ogni giorno, a scuola: dopo la segnalazione da parte del dipartimento di salute pubblica di uno studente risultato positivo per un focolaio fuori dalla scuola, i risultati dei tamponi dei compagni di classe sono tutti negativi. Le uniche eccezioni riguardano quegli amici con cui i ragazzi si frequentavano fuori dalla scuola, in famiglia o negli ambienti sportivi. Potrei sbagliarmi, ma non credo.
Dall’inizio dell’anno scolastico abbiamo cambiato più volte gli orari delle scuole superiori. Abbiamo fatto alcune settimane di scuola con il 25% dell’orario complessivo, in presenza. Un tempo limitatissimo, rispetto a quello degli altri Paesi europei, ma essenziale per poter contare almeno su di un momento settimanale in presenza.
Se non dovessimo riuscire a cambiare in fretta la situazione “fuori dalla scuola”, sul fronte dei trasporti pubblici e dell’organizzazione sanitaria, pensiamo almeno ad una soluzione diversa che consenta di avere l’aggancio necessario per non far perdere la rotta a milioni di studenti.
Il Dpcm del 3 novembre fa già delle deroghe sulla scuola in presenza per i ragazzi con disabilità, per chi ha bisogni educativi speciali, per i figli degli operatori sanitari o di chi svolge servizi di pubblica utilità; il dpcm dà anche l’opportunità di svolgere in presenza i laboratori caratterizzanti gli indirizzi di studio.
Occorre uscire dal guado, dando a tutti gli studenti, in modo chiaro, la possibilità di tornare a scuola, in presenza, in modo regolare, anche se per poche ore. Sarebbe sbagliato rifare l’errore – commesso l’anno scorso, a maggio, una volta usciti dall’emergenza – di non riaprire le scuole.
Le scuole dovrebbero essere gli ultimi luoghi a chiudere totalmente e solo a fronte di evidenti vantaggi dal punto di vista della diffusione dei contagi, altrimenti “il rimedio” potrebbe veramente causare un male più grande e duraturo del Covid.








