Rapporto Ue: la migrazione rallenta il declino demografico, ma non può invertire la crisi della natalità
La Commissione europea conferma che la migrazione rappresenta un fattore importante per sostenere il mercato del lavoro, ma non costituisce una soluzione sufficiente a compensare gli effetti della denatalità e dell’invecchiamento della popolazione. È quanto emerge dal Terzo Rapporto sulla trasformazione demografica, pubblicato il 14 luglio, che fotografa le prospettive dell’Unione europea fino alla fine del secolo.
Secondo il documento, l’Europa continuerà ad attrarre nuovi migranti anche nei prossimi decenni. Tuttavia, l’apporto migratorio potrà soltanto attenuare gli effetti del declino naturale della popolazione, senza modificarne la traiettoria di lungo periodo.
La migrazione non modifica la struttura demografica dell’Europa
Il Rapporto evidenzia che, tra le tre componenti fondamentali della dinamica demografica — fertilità, mortalità e migrazione — quest’ultima è la più variabile, mentre le prime due seguono andamenti molto più stabili.
Secondo la Commissione europea, “anche una migrazione sostenuta dovrebbe essere insufficiente a compensare completamente il declino naturale della popolazione derivante dalla bassa fertilità. La migrazione può rallentare il ritmo dell’invecchiamento della popolazione, ma non può modificarne la traiettoria”.
Anche i figli dei migranti, sottolinea il Rapporto, tendono progressivamente ad adottare gli stessi modelli di fertilità del Paese ospitante, facendo convergere nel tempo il loro comportamento demografico con quello della popolazione residente.
Ogni anno l’Ue perderà oltre un milione di persone in età lavorativa
Le proiezioni di Eurostat riportate nel Rapporto indicano che tra il 2025 e il 2050 l’Unione europea perderà mediamente 1,2 milioni di persone in età lavorativa ogni anno, considerando uno scenario con flussi migratori.
Senza migrazione, la perdita salirebbe a 2,4 milioni di persone all’anno, confermando che l’immigrazione rappresenta un elemento di contenimento, ma non una risposta definitiva al declino demografico.
La popolazione europea tornerà ai livelli degli anni Settanta
Attualmente l’Unione europea conta 450,6 milioni di abitanti.
Secondo il Joint Research Centre (JRC) della Commissione europea, la popolazione scenderà a circa 445 milioni entro il 2050 e a 398,8 milioni entro il 2100, con una riduzione complessiva dell’11,7%, tornando ai livelli registrati negli anni Settanta.
Parallelamente continua ad aumentare la longevità. L’aspettativa di vita ha raggiunto 81,5 anni nel 2024 e, secondo le proiezioni, entro il 2050 quasi un residente europeo su tre avrà almeno 65 anni, mentre entro il 2100 l’aspettativa di vita potrebbe superare i 90 anni per le donne e gli 86 anni per gli uomini.
Carenza di lavoratori, pressione sul welfare e nuove opportunità
Il Rapporto individua alcune delle principali conseguenze della trasformazione demografica.
Tra queste figurano la crescente carenza di manodopera, la pressione sui conti pubblici, sui sistemi di sanità, assistenza, istruzione e sulla coesione territoriale.
Entro il 2070 le persone che necessiteranno di assistenza passeranno da 36 a 48 milioni, mentre la popolazione con almeno 80 anni raddoppierà.
Accanto alle criticità, la Commissione individua anche nuove opportunità economiche legate alla cosiddetta longevity economy, cioè lo sviluppo di prodotti, servizi e innovazioni destinati alla popolazione anziana, con possibili ricadute nei settori sanitario, tecnologico e dei servizi finanziari.
Più partecipazione al lavoro e maggiore produttività
Per fronteggiare la riduzione della popolazione attiva, la Commissione europea indica alcune priorità.
Oggi circa il 20% delle persone in età lavorativa è fuori dal mercato del lavoro, permane un divario occupazionale di circa il 10% tra uomini e donne e circa 8 milioni di giovani risultano Neet, cioè non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione.
Il Rapporto sottolinea inoltre la crescita dell’occupazione tra le persone di 55-64 anni rispetto a qualche decennio fa.
La strategia europea punta quindi ad aumentare la partecipazione femminile al lavoro, migliorare le competenze dei giovani, favorire la permanenza volontaria dei lavoratori più anziani e incrementare la produttività attraverso innovazione e intelligenza artificiale.
L’immigrazione qualificata resta importante, ma non sostituisce le politiche demografiche
Il documento riconosce che la migrazione qualificata contribuisce già oggi a colmare parte della carenza di lavoratori nei comparti strategici e può sostenere innovazione e competitività.
Tuttavia, la Commissione europea ribadisce che la priorità resta quella di valorizzare il capitale umano già presente nell’Unione, investendo nella formazione e nell’aggiornamento delle competenze.
Il declino demografico colpirà soprattutto le regioni rurali e il Mezzogiorno italiano
Il Rapporto dedica particolare attenzione anche alla dimensione territoriale.
Tra il 2025 e il 2050, 837 delle 1.165 regioni europee perderanno popolazione. Le aree maggiormente interessate saranno le regioni rurali, ma il fenomeno coinvolgerà anche molte aree urbane.
Tra le zone indicate come maggiormente esposte figurano gli Stati baltici, la Germania orientale, la Polonia orientale, la Bulgaria, la Romania, la Grecia, il Sud Italia e numerose aree interne della penisola iberica.
Per quanto riguarda l’Italia, il Rapporto evidenzia inoltre che il Paese registra già oggi l’età mediana più elevata dell’Unione europea, pari a 49,1 anni, contro i 39,6 anni dell’Irlanda, che risulta il Paese più giovane.








