La cautela nei conti pubblici – sottolinea Paolo Gentiloni su Repubblica – ha prodotto senz’altro buoni risultati.
Ma – aggiunge – non giustifica iperbolici trionfalismi. Lo spread si è ridotto in modo decisivo e le agenzie di rating ne prendono atto. Non è più il tempo dei Pigs, l’orrendo acronimo con il quale qualche tracotante politico nordeuropeo descriveva Portogallo, Italia, Grecia e Spagna: i paesi più fragili e indebitati d’Europa.
Anzi, per effetto degli eurobond di Next Generation EU e per la crisi tedesca, la mappa della crescita europea è cambiata. I Pigs hanno messo le ali. Il resto è merito della prudenza del ministro Giorgetti, supportato da una premier che da giovane ministra aveva vissuto l’esperienza dell’ultimo governo Berlusconi travolto dagli spread.
L’Italia è dunque meno vulnerabile, ma sta crescendo davvero troppo poco. Meno delle previsioni del Governo e della Commissione UE, meno della media europea e meno della stessa Francia, le cui debolezze sono più finanziarie che economiche. Alcuni ostacoli alla crescita sono di vecchissima data, altri sono emersi più di recente.
Niente però autorizza a scaricare le responsabilità sui predecessori da parte di un governo che vanta, a giusto titolo, una inconsueta longevità.
Rilanciare la crescita in Europa è difficile, anche per i paesi con largo spazio di bilancio, perché richiede un insieme di misure e di riforme per l’incremento della produttività, il rilancio dei consumi, l’innovazione tecnologica, la fedeltà fiscale, la riduzione dei tempi della giustizia civile.
È difficile, ma è la vera sfida. Che potrebbe cominciare cimentandosi con quattro obiettivi.
Primo, mantenere la serietà sui conti pubblici: abbiamo pur sempre il terzo debito più alto del mondo.
Seconda priorità, la ripresa della produzione industriale.
La terza sfida è il recupero del potere d’acquisto di salari e stipendi.
Infine, l’ultimo miglio del Pnrr.








