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Petrolio choc, ma le borse non cadono | L’allarme del Fmi

Il petrolio non sale. Scatta. Si ferma. Riparte. Fa quello che vuole, come un cavallo imbizzarrito. Dietro, a rincorrerlo, ci sono i mercati, i governi, e soprattutto le parole che spesso pesano più dei barili.

Donald Trump non si risparmia: un giorno minaccia Teheran, il giorno dopo lascia intravedere un accordo. Il mercato, ormai abituato ai cambiamenti del presidente Usa, un po’ ci crede e un po’ no. Così il Brent supera i 116 dollari, poi scende, poi si assesta, con il Wti che lo segue come un’ombra. Marzo diventa un mese da ricordare con rialzi del +55% e +60%.

Eppure, sotto questa febbre, non c’è una vera carestia: il greggio c’è, viene pompato e spedito. Il problema è che nessuno è più sicuro che continuerà a farlo senza intoppi. È qui che entra in scena la geografia.

Lo Stretto di Hormuz torna a essere il centro del mondo. Da lì passa un terzo del petrolio globale e, se si blocca, il corto circuito è planetario. L’Arabia Saudita prova a correre ai ripari spingendo al massimo l’oleodotto Petroline verso il Mar Rosso, ma i suoi sette milioni di barili al giorno non sono risolutivi rispetto ai volumi di Hormuz.

Mentre si cerca di aggirare il problema, la crisi si allarga: gli Houthi entrano in gioco e un altro passaggio chiave, Bab el-Mandeb, finisce sotto pressione. Le petroliere cambiano rotta, allungano i viaggi e aumentano i costi. Il gas, come sempre, segue in tensione, e l’Europa torna a guardare con inquietudine alle bollette e ai magazzini.

E poi ci sono le Borse, che sembrano vivere in un romanzo diverso. Mentre il Medio Oriente brucia, gli indici europei salgono: Milano (+1%), Francoforte (+0,9%), Parigi e Londra (+1,6%). Il mercato sceglie di credere alla versione di Trump: “Arriverà un accordo”. È una scommessa sufficiente per comprare azioni mentre si vendono certezze.

A riportare tutti con i piedi per terra ci prova il Fondo Monetario Internazionale, parlando di uno “shock globale” asimmetrico. Chi importa energia pagherà di più e chi è povero pagherà prima. L’Europa è esposta, legata a doppio filo a quelle rotte. Il vero rischio, spiega il Fondo, è la durata del rincaro: quando energia e materie prime restano care troppo a lungo, l’inflazione torna a bussare e la crescita rallenta.

In questo grande gioco globale, i Paesi esportatori rafforzano i conti, mentre gli altri stringono la cinghia. In fondo, il mercato non sta comprando petrolio, sta comprando paura. Il greggio vale di più per quello che potrebbe smettere di essere: disponibile, accessibile, garantito.

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