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Gianfranco Pasquino (politologo): «Sull’elezione al Quirinale c’è stata una somma di errori. Draghi voleva il Colle ma poi è stato il “king maker” di Mattarella»

Se davvero l’elezione del presidente della Repubblica la si vuole vedere come dalle gradinate di uno stadio, accostandola a una ‘partita’, Gianfranco Pasquino non scorge vincitori ma parecchi sconfitti. “Se vogliamo utilizzare questo metro – ha dichiarato il politologo e professore emerito di Storia della Politica all’università di Bologna – io dico che non ha vinto nessuno, tranne, forse, Mario Draghi che probabilmente avrebbe preferito andare a fare il presidente della Repubblica ma si è trovato costretto a fare il king maker e andare a chiedere a Mattarella di tornare sulle sue decisioni, che a me parevano solidamente argomentate e largamente condivisibili, e convincerlo a accettare un secondo settennato”.

“Mi auguro che sia un settennato e che non venga interrotto bruscamente. Draghi salva il suo governo, non sappiamo per quanto tempo. Lo puntella con la conferma di Mattarella ma non ottiene di certo una spinta”, perché il braccio di ferro sul Quirinale lascerà in deposito tante tossine che intossicheranno i rapporti tra i partiti.

“Tutti hanno perso, chi più chi meno escono malamente da questo passaggio. Salvini è certamente quello che ne esce peggio, ha perso alla grande. Ha perso sicuramente anche Berlusconi ma anche il resto della truppa non sta meglio, perché tutti si sono rivelati incapaci di affrontare un passaggio così impegnativo. Giorgia Meloni può vantarsi di aver mantenuto la sua coerenza, ma ha fatto l’errore di scegliere un candidato non particolarmente apprezzato”.

A dispetto di quel “Letta is the winner” esclamato in Transatlantico alla Camera da Dario Franceschini a rielezione avvenuta, il segretario Dem, secondo Pasquino, “non ha vinto, perché non ha saputo proporre nessun nome e alla fine è sembrato un convitato di pietra, silenzioso, più preoccupato di non perdere che di vincere e di dare una dimostrazione di vitalità e di scelte di alto profilo politico”.

“Il centrodestra vantava stupidamente e ipocritamente una compattezza e qualche voto in più in Parlamento all’inizio di questo passaggio. Da Berlusconi, che per 3 settimane lo ha paralizzato con le sue irrealizzabili aspirazioni presidenziali, alle oscillazioni disordinate di Salvini, una volta deciso che sarebbe andato sulla Casellati, il centro destra ha mostrato tutte le sue profonde divisioni”.

“La Meloni – aggiunge Pasquino – vuole restare seriamente e coerentemente all’opposizione. Due terzi della Lega sono governisti e stanno con Giorgetti; un terzo fiancheggia Salvini, che non sa dove si trova e non capisce dove deve andare. Fi è in Europa, ma ha un leader come Berlusconi troppo ingombrante che blocca il rinnovamento.

La suggestione di un centro totian-renziano “è un progetto nebuloso, confuso, finora solo raccontato, evocato, ipotizzato ma senza alcun elemento di concretezza. Senza una leadership delineata e quando la dovranno decidere saranno giocoforza costretti ad affidarsi a Renzi, che è attraente per pochi ma respingente per molti”.

“Volendo essere particolarmente pessimisti – prosegue il politologo – si potrebbe dire ancora che non ha certamente vinto la Repubblica, perché un Paese che non è capace di individuare personalità in grado di poter sedere autorevolmente ai vertici delle nostre istituzioni, è una Repubblica che mestamente mette in mostra le sue carenze. Non ha vinto la Costituzione, perché è stata interpretata nei termini che forse i Padri Costituenti non avrebbero apprezzato e avrebbero preferito non vedere: non è vero infatti che tutto quello che non è esplicitamente vietato è permesso e auspicabile. La rielezione non è esplicitamente vietata, ma non è detto che debba avvenire e probabilmente sarebbe stato meglio se non fosse avvenuta”.

“La conclusione di questa storia è la somma di tanti errori e della incapacità di molti di proporre alternative, serie, credibili, autorevoli e spendibili al posto di Mattarella. Le alternative c’erano. Quello al quale siamo arrivati non era l’unico esito possibile ma ci si è giunti anche per il ripensamento di Mattarella che non ha voluto mantenere il punto sulla sua indisponibilità a ricandidarsi. Un elenco nel quale dobbiamo includere anche Draghi, che non ha saputo orientarsi con chiarezza e fermezza tra il rimanere a capo del governo e spingere per farsi eleggere alla presidenza della Repubblica”.

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