Dopo 200 giorni da quando è nata la piattaforma digitale www.ripartelitalia.it e il relativo think tank magazine, l’Osservatorio Riparte l’Italia ha deciso di mettere insieme le idee e i suggerimenti di oltre 500 esponenti della società civile e di elaborare, sulla scia di tali considerazioni, 100 proposte per l’Italia, raccolte in un unico paper.
Vi proponiamo le nostre proposte divise per argomenti, in modo che sia più facile navigarle, consultarle e approfondirle, corredando le singole proposte con il testo del capitolo di riferimento presente nel Paper, scaricabile qui.
Le Sei Proposte per la Giustizia presentate dall’Osservatorio Riparte l’Italia:
- Assicurare la speditezza dei processi
- Implementare l’uso della tecnologia nelle procedure giudiziarie
- Rinnovare le strutture dove si esercita la Giustizia
- Rivedere la formazione del magistrato nell’ottica dell’equilibrio del decisore
- Riformare il C.S.M. spezzando i meccanismi correntizi
- Combattere le infiltrazioni della criminalità organizzata nel tessuto economico
L’Osservatorio Riparte l’Italia ha ospitato e raccolto numerose proposte, provenienti dal mondo della Magistratura, dell’Avvocatura e dell’Accademia, sul cruciale tema della Giustizia.
«Il tema giustizia si pone ciclicamente al centro del dibattito – ricorda Luigi Balestra – ancor più in un momento in cui forte è l’esigenza di ripartenza e di rilancio del Paese». Dopo aver evidenziato che «La snellezza dei processi, la rapidità con cui vengono celebrati, sono vissuti come veri e propri valori da coltivare al fine di rendere effettiva l’aspirata tutela e, quindi, realizzare l’ordinata e pacifica convivenza nelle plurime sfaccettature in cui essa si articola (sociale, economica, familiare, interpersonale) secondo una logica pluralistica», Egli ha messo in luce come «l’efficienza della giustizia non possa prescindere da un attività di (auto) governo della magistratura che sia in grado di designare i magistrati meritevoli in relazione ai posti da ricoprire, di sanzionare condotte inadeguate, eticamente non corrette o, addirittura, illecite.
A differenza di quel che accade nella politica, l’appartenenza a un gruppo non può costituire criterio per l’assunzione delle decisioni concernenti l’organizzazione della giustizia, e, più in particolare, per l’attribuzione di incarichi direttivi. Per alcune ragioni elementari: 1) la selezione dei magistrati avviene in base a un concorso pubblico totalmente neutro rispetto all’appartenenza a gruppi o alla professione di particolari ideologie; 2) la funzione giudiziaria si esprime secondo una logica che non può ammettere prese di posizioni contrastanti da parte di gruppi al suo interno, ciò in quanto la prospettiva attraverso cui deve avvenire l’amministrazione della giustizia è unitaria: quella dell’ordinamento giuridico nel suo complesso.
Questo beninteso non esclude che in seno alla magistratura, né tanto meno nell’ambito dell’organo di autogoverno, possano delinearsi posizioni differenti, se del caso assumendo anche i contorni della vera e propria contrapposizione; ma tutto ciò non può e non deve avvenire in ossequio a una logica di appartenenza a un gruppo, la quale in tal modo vizia pregiudizialmente ogni valutazione da porre alla base delle scelte. Ben venga dunque una riforma che concepisca un sistema elettivo dei magistrati capace di recidere il legame con i meccanismi correntizi».
A monte, rileva ancora Luigi Balestra, «la formazione del magistrato dovrebbe essere (ri)pensata nell’ottica del perseguimento di un obiettivo fortemente avvertito dagli utenti della giustizia: l’equilibrio del decisore, qualità oggi più che mai impreteribile. La c.d. coscienza del magistrato non è una qualità innata, ma va costruita. Per far ciò vi è anche bisogno di organi di autogoverno che sappiano compiere scelte ineccepibili, dando chiari segnali sotto il profilo dell’etica della funzione» (10 luglio 2020).
La riflessione di Alberto Maria Benedetti, membro laico del C.S.M., è nella direzione di «lottare contro le degenerazioni del correntismo in magistratura, non basta il cambiamento del sistema di elezione dei componenti togati del C.S.M.; se non si tagliano le radici della commistione correnti/carriera, l’ennesimo sistema elettorale sarà del tutto inutile e tra qualche anno ci ritroveremo a ridiscutere sugli stessi problemi. Prima di tutto, a mio avviso, occorre rinsaldare il legame tra eletto ed elettore, ipotizzando un sistema elettorale misto basato su collegi di medie dimensioni (in cui vince chi prende più voti) e su una quota “proporzionale” nazionale che assicuri il pluralismo e la rappresentanza di genere (le donne sono la maggioranza dei magistrati; quanto si dovrà aspettare affinché il consiglio superiore rifletta questa realtà?).
C’è bisogno di spezzare le radici “utilitaristiche” dell’appartenenza correntizia, e, cioè, troncare il legame distorto che si è generato tra carriera e militanza (vera o presunta) nelle correnti.
Per realizzare questo obiettivo, la riforma in cantiere dovrebbe contenere almeno queste regole: limitazioni pluriennali dell’accesso agli uffici direttivi di chi è stato consigliere del CSM o di chi ha svolto fuori ruolo incarichi apicali nella pubblica amministrazione; rigorose limitazioni all’accesso al fuori ruolo, specie per quel che riguarda gli uffici ministeriali; introduzione di un sistema di punteggi predeterminati per la valutazione dei titoli ai fini del conferimento degli uffici direttivi e semidirettivi; accesso rigorosamente per concorso ai ruoli di magistrato segretario e componente dell’ufficio studi del CSM, quest’ultimo da allargarsi anche a studiosi esterni alla magistratura; per gli uffici di legittimità, introduzione di valutazioni anonime di commissioni tecniche esterne al CSM; adozione di un codice deontologico – i cui contenuti minimi siano predeterminati dal legislatore – per i componenti laici e togati del CSM».
Conclude Benedetti: «ben venga, dunque, una riforma del CSM; il Parlamento, su questo tema, deve però svolgere a pieno il suo alto ruolo di primo legislatore, cercando soluzioni non sull’onda di questo o quell’evento di cronaca, ma ragionando sui modi migliori per restituire all’organo di autogoverno quell’autorevolezza e quella legittimazione che sono condizioni indispensabili per restituire ai cittadini la fiducia nella Giustizia» (10 ottobre 2020).
Il governo dell’emergenza sanitaria, sotto il profilo della sua regolazione, ha inevitabilmente determinato l’insorgere di una riflessione sul rapporto tra la Costituzione e gli interventi adottati dall’Esecutivo, come ricorda Francesco Saverio Marini quando mette in luce che «il primo tema posto dalla pandemia è fra i più classici della giuspubblicistica: il rapporto fra Costituzione ed emergenza». In particolare: «gli uomini si danno delle regole costituzionali per garantire principi, diritti ed equilibri istituzionali proprio nei momenti di crisi.
Tornare ad ammettere che l’emergenza possa atteggiarsi quale fonte suprema può portare ad un arretramento dello Stato di diritto, che per natura intende imbrigliare la passione degli uomini e l’arbitrarietà del potere entro regole certe e predeterminate. Alcune tensioni costituzionali generate dal Covid sul nostro sistema si registrano, in particolare, a livello della forma di Stato, intesa, per usuale definizione, come tipologia dei rapporti che intercorrono fra governanti e governati e come insieme dei fini perseguiti dai pubblici poteri. La più penetrante regolazione delle attività umane e delle relazioni sociali e il massiccio impegno in economia sono stati giustificati, e in parte legittimati, dal rilievo via via più centrale assunto dalla tutela della salute nel quadro delle finalità pubbliche. Ciò ha portato ad una forte enfasi su alcuni principi, quali quello solidaristico e quello di prevenzione, con correlativa compressione, nell’ottica del bilanciamento, dei principi di libertà e autodeterminazione individuale.
I riflessi dell’emergenza sanitaria si sono proiettati poi sulla forma di governo. La necessità di apprestare misure nette e urgenti per contenere la crisi, l’esigenza di coordinare nello sforzo i livelli di governance sovrastatuale e infrastatuale, il bisogno di coinvolgere nei processi decisionali istanze tecniche, la ben nota inclinazione a ricercare in leader autorevoli la guida per uscire dai momenti di difficoltà: tutti questi aspetti hanno impresso una torsione verticistica e decisionista che ha trovato nel Governo, e all’interno di esso nella figura del Presidente del Consiglio, il suo naturale referente, con una corrispondente marginalizzazione delle Camere, associate nella percezione comune a logiche compromissorie e inefficienze procedimentali non accettabili in una congiuntura del genere.
Non desta sorpresa la circostanza che la produzione primaria del periodo dell’emergenza sia stata affidata pressoché integralmente alla decretazione d’urgenza. Anomala è, invece, la trasfigurazione subita dal procedimento di conversione».
Infine, rileva ancora il Professore: «la centralizzazione dei processi decisionali nel Governo, e al suo interno nella Presidenza del Consiglio dei Ministri hanno portato a una inedita proliferazione dello strumento dei DPCM. Proliferazione anche e soprattutto qualitativa: il loro fondamento in fonti di rango primario è stato nelle prime settimane della pandemia piuttosto incerto (fino al decreto legge n. 6 del 2020) e, ad ogni modo, i decreti hanno operato entro margini di amplissima discrezionalità, anche in materie coperte da riserva di legge, come si evince dalla circostanza che proprio con DPCM sono stati riempiti di sostanza i principali limiti posti ai diritti costituzionali.
È difficile dire se queste tensioni e queste trasformazioni nel nostro assetto costituzionale, indotte o accentuate dalla pandemia, possano stabilizzarsi e sopravvivere ad essa, ma è prevedibile che il metodo possa essere replicato anche al di fuori della crisi sanitaria, per far fronte a nuove esigenze o a nuove situazioni emergenziali o congiunturali, legate ad esempio all’economia o alla sicurezza, tanto da normalizzarsi e incidere sul nucleo essenziale del nostro assetto ordinamentale» (24 ottobre 2020).
L’amministrazione della Giustizia, durante l’intero corso della Pandemia, è stata interessata da notevoli difficoltà.
Difficoltà testimoniate dal rinvio «del 90% dei processi», come evidenziato intorno alla metà del mese di maggio dal Presidente dell’Unione delle Camere penali, l’avv. Gian Domenico Caiazza (17 maggio 2020).
Gli fa eco l’Avvocatura di Bari che stima come «negli oltre tre mesi di lockdown siano stati rinviati circa l’80% dei processi civili e penali». E una possibile soluzione, per il Presidente dell’Ordine degli avvocati di Milano, Vinicio Nardo, risiede in «innovazioni tecnologiche e cambiamenti strutturali» (25 giugno 2020).
Il Sostituto Procuratore della Repubblica, Ettore Picardi, ha evidenziato che «La prima difficoltà è stata normativa, rappresentata dalla totale assenza di un processo penale telematico nel sistema. Sia la firma digitale degli atti che l’udienza in videoconferenza sono state oggetto di interventi confusi e controversi dell’ultima ora. Specialmente l’udienza svolta da remoto, cioè non nell’aula fisica di udienza, ha diviso gli addetti ai lavori, in modo estremamente serio. In determinate circostanze, come l’emergenza sanitaria, o in situazioni non emergenziali in cui vi siano difficoltà di varia natura e previo consenso di tutte le parti, non si comprende dove risieda il motivo di opposizione a che la telematica possa offrire agli attori del processo penale un supporto di carattere occasionale, ma certamente molto utile.
La seconda criticità è rappresentata da debolezze strutturali. In primo luogo ciò vale per le reti informatiche, sia via cavo che via etere, del nostro Paese e delle amministrazioni interessate.
Pertanto numerose disfunzioni e disguidi operativi hanno reso spesso penoso l’agire da remoto. Non adeguata risulta la preparazione digitale di molti protagonisti del sistema, anche per la cronica lentezza con cui le innovazioni sono state proposte e diffuse». Prosegue poi Picardi rilevando, in terzo luogo, che: «è apparsa evidente una lacuna fondamentale del mondo giudiziario. La mancanza di obiettivi comuni, la litigiosità e la diffidenza fra componenti diverse, ma anche all’interno delle stesse componenti. Netta è stata la separazione fra coloro che si sono opposti alle restrizioni delle libertà per scopi sanitari e chi difendeva tali interventi e ne invocava anzi la prosecuzione per ulteriori periodi».
La ripartenza del sistema Giustizia – lo sottolinea Picardi – deve muovere da «un rinvigorito senso di responsabilità», non potendo «che esserci uno stimolo collettivo e diffuso a dare il meglio di sé per garantire al nostro paese un riavvicinamento alla normalità. Anzi, ad una nuova e migliore normalità, che tenga presente alcune lezioni che l’epidemia ha inferto, come qui illustrato» (10 maggio 2020).
La conservazione della efficienza del sistema della Giustizia italiana, in tutte le sue articolazioni, è tra l’altro funzionale a stornare il rischio che il tessuto economico in sofferenza sia oggetto di infiltrazioni da parte della criminalità organizzata.
«Le mafie approfittano delle difficoltà delle imprese occultandosi al loro interno» – sottolinea il Procuratore Nazionale Antimafia Federico Cafiero De Raho – «riescono a far entrare il denaro, quel denaro diventa usura e quell’usura permette ai mafiosi di diventare gestori di quell’impresa. Una soluzione per impedire alle mafie di impossessarsi dei patrimoni è dare immediato accesso al credito e alla liquidità e ampliare al massimo le attività della Guardia di Finanza.
Penso che sarebbe importante dare avvio a una banca dati nazionali degli appalti, conclude il Procuratore, il quale rileva altresì che «molto spesso le mafie entrano negli appalti attraverso i cartelli, 60/70 imprese tutte gestite dalla mafia» (11 giugno 2020).
Sul tema si appuntano anche le riflessioni di Francesco Pugliese, che lo declina nell’ottica della grande distribuzione: «Oggi più che mai occorre credere nell’antimafia che segue le orme di Falcone, Borsellino, del Generale Dalla Chiesa.
Sostenerla politicamente e come società. Solo così possiamo tutti contribuire a stringere il collo di quegli imbuti che, per una ragione o per l’altra, lasciano che la mafia filtri dalla parte dei buoni e la contamini. Sono convinto che questo riguardi anche noi della Grande Distribuzione. Perché noi siamo chiamati a verificare fornitori e filiere, a scegliere cosa mettere sugli scaffali. Non dimentico la storia di Giuseppe Antoci, ex presidente del Parco Nazionale dei Nebrodi che la Mafia ha cercato di ammazzare proprio perché ha denunciato le infiltrazioni nelle filiere agroalimentari. Ascolto voci come quella di Aboubakar Soumahoro, che da anni lotta perché emergano le storie delle vittime del caporalato, perché siano difese, perché escano dall’ombra. Perché chi le sfrutta (anche quella è Mafia) sia punibile. Per questo è urgente che sia portata in Parlamento la proposta di legge che Caselli e il suo Osservatorio Agromafie hanno sviluppato.
Un pacchetto a costo zero che si occupa di reati alimentari, di strumenti e modalità di indagine» (6 luglio 2020).
Il tema della criminalità organizzata, quale fattore ostativo da combattere ai fini di un’efficace ripartenza, è affrontato anche da Luigi Balestra, nel contesto di una riflessione sul Sud, il quale nel plaudire allo spirito di sincera partecipazione dell’intera collettività verso i territori più colpiti in occasione della prima ondata, ha messo in luce come detto spirito, che ben potrebbe fungere da collante di tutte le iniziative di rilancio, rischi di andare incontro a un senso di frustrazione «in ragione dell’azione della criminalità organizzata la quale, come ben noto, in modo pervasivo da troppo tempo irrora con proventi illeciti le attività economiche dislocate in ogni parte del territorio.
La lotta alla criminalità, perché possa darsi effettivamente vita a un processo virtuoso di ripresa, deve essere proseguita secondo una linea di crescente intensificazione. Quello spirito di partecipazione che in questo periodo ci ha fatto sentire uniti può costituire il seme perché germogli una nuova mentalità, che sappia in modo esteso esprimersi seccamente e sdegnatamente, senza paure né reticolati derivanti da deprecabili interessi, contro i fenomeni criminali.
Vi deve essere piena consapevolezza che lo Stato apparato, per quante energie possa profondere nel combattere detti fenomeni, non riuscirà a raggiungere appieno i propri obiettivi se non potrà contare su un aperto atteggiamento di condanna, con ogni conseguente presa di distanza, da parte di larghissimi e crescenti strati della popolazione. I costi dei nefasti effetti della criminalità, sopportati dalla collettività negli ultimi decenni, non sono più sostenibili; e ciò non solo sotto il profilo economico ma anche – e, per certi versi, prima ancora – sotto quello etico e della dignità delle persone.
È senza alcun dubbio illusorio pensare di sconfiggere definitivamente la criminalità organizzata, anelando all’estinzione dei relativi fenomeni; ma si può lavorare su un preciso obiettivo, che può rivelarsi nell’attuale contesto a portata di mano: il passaggio da una patologia a una fisiologia di detti fenomeni. Anche nella realizzazione di un siffatto obiettivo si può e si deve partire dal Sud» (28 maggio 2020).








