Dopo 200 giorni da quando è nata la piattaforma digitale www.ripartelitalia.it e il relativo think tank magazine, l’Osservatorio Riparte l’Italia ha deciso di mettere insieme le idee e i suggerimenti di oltre 500 esponenti della società civile e di elaborare, sulla scia di tali considerazioni, 100 proposte per l’Italia, raccolte in un unico paper.
Vi proponiamo le nostre proposte divise per argomenti, in modo che sia più facile navigarle, consultarle e approfondirle, corredando le singole proposte con il testo del capitolo di riferimento presente nel Paper, scaricabile qui.
Le Dieci Proposte per le Imprese e per il Lavoro presentate dall’Osservatorio Riparte l’Italia:
- Implementare il senso di responsabilità, nel segno di un’alleanza tra i diversi attori del mercato, in una logica di ripartenza comune
- Favorire la creazione di reti tra imprese, aggregando saperi e capacità, anche oltre un circoscritto contesto territoriale
- Agevolare la creazione di reti di tenuta urbana, tra imprese e cittadini
- Procedere al pagamento dei debiti della pubblica amministrazione verso le imprese
- Innescare processi di transizione verde e di trasformazione 4.0 di tutte le attività produttive
- Procedere con la creazione di Zone Economiche Speciali e l’implementazione di quelle esistenti
- Fornire incentivi alle imprese mediante iniezioni di liquidità, favorendo l’accesso al credito
- Tutelare l’occupazione favorendo le imprese che praticano politiche di assunzione virtuose e mantengono i livelli occupazionali
- Creare un sistema di relazioni industriali non fondato sulle contrapposizioni ma ispirato a un responsabile senso di comunità
- Finanziare ammortizzatori sociali efficienti nell’ottica del ricollocamento dei lavoratori
Riparte l’Italia, conformemente alla propria vocazione di Osservatorio economico e sociale del Paese, ha dato risonanza sin dalla sua nascita alle principali vicende che interessano il mondo dell’impresa e del lavoro e, in parallelo, alle numerose proposte che si sono affacciate al fine di sancire il superamento delle criticità che lo caratterizzano e che la Pandemia da Covid-19 talvolta ha fatto sorgere, talaltre ha solamente acuito.
L’Istat ha pubblicato nel giugno del 2020 un report sulla situazione e sulle prospettive delle imprese nell’emergenza sanitaria Covid-19. Ne emerge che la pandemia ha avuto e avrà gravi ripercussioni sul fatturato di almeno quattro imprese su dieci, le quali nei mesi di marzo-aprile hanno registrato un calo del 50%. Secondo l’Istat il 70,2% delle imprese ha fatto ricorso alla Cassa Integrazione o a strumenti analoghi, mentre sale all’8,8% la quota di personale in lavoro a distanza (dall’1,2% di gennaio/febbraio) con punte del 31,4% nelle grandi imprese (17 giugno 2020).
Intervenendo sul tema della crisi, il Presidente di Confindustria, Carlo Bonomi ha invitato il Governo a fare tre mosse: il taglio dell’Irap; pagare i debiti che la Pubblica Amministrazione ha con le imprese; sboccare i cantieri per le opere pubbliche già finanziate. Il taglio dell’Irap «sarebbe un segnale di attenzione alle aziende», dice anche il presidente di Confindustria Emilia, Valter Caiumi.
Mentre Confartigianato calcola che al giugno del 2020 il calo dei ricavi per le piccole aziende è già di 45,6 miliardi, di talché chiedendo al Governo «un sistema proporzionale, e non con un importo fisso, per il ristoro delle perdite di fatturato» (12 maggio 2020).
I numeri pubblicati nel maggio del 2020 da Confcommercio Mobilità, federazione di settore che rappresenta le imprese della filiera, mostrano – con riguardo al settore automobilistico – che per il 2020 si prevede un calo del 45% sulle immatricolazioni rispetto al 2019 che passerebbero così da 1,9 mln a poco più di 1 milione. Un vero e proprio crollo che metterebbe a rischio la sopravvivenza del settore con inevitabili conseguenze anche sull’occupazione (23 maggio 2020).
«Pur con ampi margini di incertezza, prevediamo per il 2020 una contrazione del fatturato a prezzi costanti dell’ordine del 15%». È quanto si legge nel Rapporto Analisi dei Settori Industriali di maggio 2020, curato dalla Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo e da Prometeia. In questo contesto eccezionalmente negativo, spicca l’andamento in controtendenza della Farmaceutica (+4,2%), che beneficia della accresciuta domanda e dell’eccellente posizionamento nella filiera globale del valore. Per il 2021 è previsto un significativo rimbalzo, con una crescita del fatturato pari al 5,3% a prezzi costanti. Nel triennio 2022-2024 l’attività manifatturiera proseguirà lungo un percorso di graduale recupero, a ritmi di poco inferiori al 3% medio annuo. La ripresa costituirà un’opportunità di trasformazione e di modernizzazione del tessuto produttivo del Paese, accelerando processi di innovazione e digitalizzazione già avviati nell’ambito della transizione verso il 4.0, che andranno a rinvigorire il ciclo degli investimenti.
Anche le tecnologie green giocheranno un ruolo chiave, alla luce del percorso già avviato nell’automotive e delle indicazioni tracciate a livello comunitario. Nuove opportunità di crescita potrebbero giungere da una maggiore regionalizzazione delle catene del valore, che vedrà un irrobustimento delle piattaforme produttive europee, dove le imprese italiane potranno contare su un buon livello competitivo per conquistare spazi. La crisi avrà impatti sulla redditività manifatturiera, ma meno intensi rispetto al 2009. Il tessuto produttivo si presenta infatti, ad oggi, rafforzato rispetto al passato, in termini di liquidità e di patrimonializzazione, e quindi potenzialmente più resiliente (28 maggio 2020).
Sul fronte delle Cooperative si registrano dati non confortanti. Quasi 1 cooperativa su 3 (32%) prevede una mancanza di liquidità per fare fronte a spese e a impegni nel 2020 a causa della difficile ripartenza dopo il lungo periodo di lockdown che ha azzerato lavoro e incassi. Così una elaborazione dell’Unione europea delle cooperative (Uecoop) su dati Istat, in riferimento alle misure di rilancio dell’economia italiana allo studio del Governo: «serve subito una robusta iniezione di liquidità perché l’intero sistema produttivo possa ripartire in tutto il Paese». Fra le imprese cooperative in crisi di liquidità, il 70% rientrano tra quelle che si occupano di edilizia, vigilanza e assistenza, mentre il resto è concentrato fra quelle che hanno rapporti con la Pubblica Amministrazione; minore l’impatto sulle realtà più piccole che operano nel settore agroalimentare (26 giugno 2020).
Gli ostacoli che si frappongono al superamento della crisi da parte delle imprese sono riconducibili per due terzi alle difficoltà finanziarie delle aziende, derivanti «soprattutto dal ritardo nei pagamenti da parte dei clienti e per poco meno di un quinto dal dover sostenere spese correnti». È quanto emerge dall’indagine della Banca d’Italia condotta con questionari fra fine gennaio e metà maggio. Circa il 60 per cento delle imprese ritiene maggiormente utili gli interventi finalizzati a facilitare la gestione dei flussi finanziari (agevolazioni per l’accesso al credito, moratorie sul rimborso di prestiti, rinvio delle scadenze fiscali) e circa il 15 per cento indica di essere già intervenuta su questo fronte, dilazionando pagamenti con clienti, fornitori o banche, per fronteggiare le prime conseguenze della pandemia (6 luglio 2020).
La crisi si coglie anche sul versante dell’export. Cresceva dal 2010, l’export italiano. Una marcia interrotta dal Covid-19, che segna una brusca frenata e fa perdere tre anni all’avanzata delle esportazioni italiane. Lo rivela la XXXIV edizione del Rapporto sul commercio estero «L’Italia nell’economia internazionale», realizzato dall’Agenzia Ice in collaborazione con Prometeia, Istat, Fondazione Masi, Università Bocconi e Politecnico di Milano. Nel 2019 l’export italiano ha registrato una crescita del 2,3% e la bilancia commerciale un saldo positivo di 53 miliardi di euro. Nel 2020 le esportazioni italiane subiranno un rallentamento e chiuderanno l’anno in flessione del 12%, a prezzi costanti, per poi crescere del 7,4% nel 2021 e del 5,2% nel 2022, anno su anno (30 luglio 2020)
La congiuntura economica è inedita e tra le più difficili; nonostante ciò la vocazione internazionale delle imprese italiane resiste, anche se il 58% afferma che siamo in recessione. I dati fotografano la seguente situazione: solo il 33% non riceve pagamenti dall’estero, mentre il 67% ne ha regolarmente. E, di questo 67%, il 13% ne ha per quasi il 30% del fatturato. Ciò emerge dall’Epr White Paper (European Payment Report White Paper), una ricerca condotta da Intrum, operatore europeo dei credit service, nell’ambito della quale sono state realizzate interviste di coloro i quali rivestono le posizioni apicali in 9.980 aziende, in 29 Paesi europei, appartenenti a 11 settori industriali, sia nella fase pre Covid-19 (febbraio 2020) che durante (maggio 2020) – (1° settembre 2020).
Nel giugno del 2020 è risultata confermata la crescita congiunturale del fatturato dell’industria, avviata nel mese precedente dopo l’allentamento delle misure legate all’emergenza sanitaria che hanno caratterizzato il bimestre marzo-aprile.
Lo certifica l’Istat aggiungendo che il confronto su base trimestrale rimane tuttavia ampiamente negativo sia per la componente interna sia per quella estera, evidenziando come i livelli di fatturato restino ancora distanti da quelli prevalenti all’inizio dell’anno. A giugno si stima che il fatturato dell’industria, al netto dei fattori stagionali, aumenti del 13,4% rispetto a maggio, mentre corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 21 contro i 20 di giugno 2019), diminuisce in termini tendenziali del 16,4%, con cali del 15,7% sul mercato interno e del 17,8% su quello estero. Nella media del secondo trimestre l’indice complessivo cala del 23% rispetto al trimestre precedente (31 agosto 2020).
Prosegue ad agosto 2020, per il quarto mese consecutivo, la crescita congiunturale del fatturato e degli ordinativi dell’industria, sia sul mercato interno sia su quello estero. L’incremento è comune a tutti i principali raggruppamenti di industrie, ad eccezione di quello dell’energia. L’Istat al riguardo precisa che ad agosto il fatturato è aumentato del 5,9%, proseguendo la dinamica positiva che si registra dallo scorso maggio. Nella media del trimestre giugno-agosto l’indice complessivo è cresciuto del 35,9% rispetto ai tre mesi precedenti.
Anche gli ordinativi registrano ad agosto un incremento congiunturale, più ampio di quello del fatturato (+15,1%); nella media degli ultimi tre mesi hanno segnato un balzo del 47,3% rispetto ai tre mesi precedenti (17 ottobre 2020).
Il superbonus stimola la nascita di imprese edili (+4.971 tra luglio e settembre 2020) e questo consente al sistema imprenditoriale italiano di tenere le posizioni, aumentando di quasi 24.000 unità rispetto al trimestre precedente. È quanto emerge dai dati di Unioncamere-InfoCamere sulla dinamica delle imprese italiane. Le risorse per l’efficientamento energetico e la messa in sicurezza del patrimonio immobiliare sembrano avere inciso sulla vitalità di un settore cruciale come quello delle costruzioni che, tra luglio-settembre, si segnala per un incremento dello 0,6% su base trimestrale, il doppio rispetto allo stesso periodo del 2019.
Per i tre quarti (3.691 imprese) questa crescita si deve alle piccole realtà individuali, agli specialisti nelle attività di impiantistica e di finitura degli edifici e ai posatori di infissi. L’adattamento al nuovo scenario determinato dalla “Covid-economy” sta interessando anche il commercio, le cui difficoltà complessive sono attenuate almeno in parte dall’aumento delle imprese che operano nella vendita di prodotti via internet: +1.542 nel terzo trimestre, quasi il 40% delle 4.202 imprese commerciali in più registrate nel trimestre (+0,3% l’incremento, in linea con quello dello stesso periodo dello scorso anno) – (30 ottobre 2020).
La questione del rilancio dei consumi è senz’altro centrale. Che lo stesso possa essere propiziato da una riduzione delle aliquote I.V.A. è punto che fa discutere.
Rileva criticamente al riguardo Giuseppe Coco: «A fronte della caduta di consumi, e della ripresa molto lenta che stiamo osservando, il taglio dell’IVA potrebbe apparire utile. Ma in realtà appare improbabile che un piccolo ritocco ai prezzi abbia un effetto importante sui consumi in un momento di grave incertezza come questo. I consumi possono ripartire solo a fronte di una rimozione dell’incertezza, ovvero se la gente ricomincia a lavorare. Gli effetti prezzo sono di piccola entità in questa fase. Un taglio generalizzato di pochi punti di IVA quindi, a fronte di un costo consistente per le casse pubbliche avrebbe un effetto presumibile limitato» (24 giugno 2020).
Intanto le piccole imprese sono a rischio decimazione. Sono 460.000 le piccole imprese italiane (con meno di 10 addetti e sotto i 500.000 euro di fatturato) a rischio chiusura a causa dell’epidemia: sono l’11,5% del totale e nel 2021 potrebbero non esserci più. È in gioco un fatturato complessivo di 80 miliardi di euro e quasi un milione di posti di lavoro. Con il lockdown e il gorgo di restrizioni rischia di sparire un popolo di piccoli imprenditori e insieme di prosciugarsi un serbatoio occupazionale. É quanto emerge dal «2° Barometro Censis-Commercialisti sull’andamento dell’economia italiana», realizzato nel novembre 2020 dal Censis in collaborazione con il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili, attraverso la ricognizione delle valutazioni di un ampio campione di 4.600 dottori commercialisti, sensori diffusi sul territorio, affidabili e autorevoli nella percezione dello stato dell’economia reale.
Il Covid-19 potrebbe spazzare via il doppio delle microimprese che sono morte tra il 2008 e il 2019, come conseguenza della grande crisi. Il 29% dei dottori commercialisti rileva che più della metà delle microimprese clienti ha almeno dimezzato il proprio fatturato (il dato scende al 21,2% nel caso dei dottori commercialisti che si occupano di imprese medio-grandi). Sono quindi 370.000 le piccole imprese che hanno subito un crollo di più della metà dei ricavi. Inoltre, il 32,5% dei dottori commercialisti registra in più della metà della clientela una perdita di liquidità superiore al 50% nell’ultimo anno (il dato scende al 26,2% tra i commercialisti che seguono imprese di maggiori dimensioni). Sono cioè 415.000 le piccole imprese che oggi dispongono di meno della metà della liquidità di un anno fa» (13 novembre 2020).
La riflessione al riguardo di Massimiliano Atelli si sofferma sul rischio della desertificazione commerciale, che colpisce la piccola distribuzione e determina fenomeni di desertificazione urbana, rinvenibili già prima della pandemia, ma che adesso stanno andando incontro a una formidabile accelerazione. «Contro gli esiti disgregativi, è il caso di domandarsi se, per gli esercizi di vicinato, non siano opponibili anche modelli dominicali – se del caso, sviluppati secondo nuovi paradigmi di ingegneria proprietaria – fondati sulla partecipazione diffusa dei residenti, in sostanziale analogia agli schemi tipici della public company ben noti all’esperienza della grande impresa.
“Reti di tenuta urbana”, fondate sulla partecipazione – attiva e microproprietaria – dei residenti, contro la desertificazione commerciale (e i suoi derivati) da Covid? Sì, volendo (purché, naturalmente, in raccordo con la grande distribuzione organizzata, per tenere insieme gli aspetti essenziali: dai prezzi sostenibili per la clientela di prossimità al decongestionamento dei centri commerciali, specie nel fine settimana, onde evitare non consentiti assembramenti). Funzione sociale della proprietà è però anche quella che si può vivificare orientando l’allocazione del proprio risparmio, dal punto di vista strettamente finanziario, in una direzione piuttosto che in un’altra, data l’infinità delle alternative oggi possibili» (7 novembre 2020).
Al ruolo che i protagonisti del sistema del credito – le banche – sono chiamati a svolgere nel contesto della crisi, nella prospettiva del salvataggio e del rilancio del tessuto imprenditoriale italiano sono state dedicate le riflessioni di Cesare Bisoni, presidente di Unicredit: «Il sistema bancario italiano ha progredito nel tempo in termini di rafforzamento e UniCredit, in particolare, ha dimostrato una forte resilienza all’impatto di questa crisi.
In particolare, gli ingenti investimenti tecnologici effettuati negli anni recenti hanno permesso di assicurare, anche nel periodo di lockdown, lo svolgimento dell’attività bancaria e contemporaneamente di proteggere la salute dei dipendenti. Il 60% dei dipendenti del Gruppo è stato abilitato a lavorare da remoto, con una capacità della VPN, la rete di connessione, estesa a 60mila utenti. In questo difficile periodo, UniCredit è riuscita a garantire sostegno alla clientela assicurando, tra l’altro, dopo un iniziale periodo di rodaggio, un pronto accesso alle facilitazioni creditizie governative e alla moratoria sui rimborsi dei prestiti.
Con l’attenuazione della fase di emergenza sanitaria occorre ora saper guardare al futuro e far ripartire l’economia. Diventa importante agire in modo coeso, fare sistema assieme alle istituzioni e agli altri operatori economici per riattivare le leve dello sviluppo locale nell’ambito del contesto internazionale. In quest’ottica, le banche sono chiamate a far sentire ancora di più la propria vicinanza ai territori, cioè alle esigenze delle singole collettività, nella consapevolezza che il primo piccolo sistema è proprio la comunità locale, che deve ritrovare i modi e le leve dello stare insieme e individuare le strade per un nuovo sviluppo.
Esempi concreti, in tal senso, sono i B2B – volti a favorire il processo di internazionalizzazione delle imprese in alcuni dei settori merceologici più rappresentativi delle specificità del territorio (come food & beverage, moda e turismo) allo scopo di promuoverne le esportazioni – o la piattaforma dei “capitali pazienti”, lanciata per far affluire capitali finalizzati allo sviluppo delle migliori PMI. Ancora, le iniziative promosse per facilitare l’avvio delle Zone Economiche Speciali (ZES): l’organizzazione di incontri a Vienna e a Monaco hanno consentito di presentare le opportunità offerte dalle ZES agli imprenditori austriaci e tedeschi potenzialmente interessati ad investire nelle regioni italiane del Meridione.
Oggi deve essere ancora più forte lo sforzo per valorizzare il rapporto della banca con il territorio, al fine di coglierne e soddisfarne tutte le esigenze: quelle delle imprese e del mercato del lavoro, quelle delle famiglie e dei privati. Solo con l’impegno di tutti gli attori si possono raggiungere i risultati sperati. In quest’ottica UniCredit ha lanciato, nel 2020, l’iniziativa “UniCredit per l’Italia” per meglio indirizzare e rafforzare il sostegno all’economia italiana, sia a livello nazionale che locale. Per il rilancio dell’economia italiana e dei territori è necessario fare leva sulle eccellenze» (22 luglio 2020).
Volgendo l’attenzione al tema delle sfide che l’attuale congiuntura pone al sistema imprenditoriale e delle relazioni industriali, Francesco Pugliese ha osservato che: «nel nostro Paese si sono persi 25 anni. E oggi tutto ha bisogno di una profonda innovazione. Anche i sindacati e i corpi intermedi, come le associazioni imprenditoriali e professionali, non sono più in linea con le esigenze di chi dovrebbero rappresentare. Io credo che la partecipazione diretta alla vita dei corpi intermedi consentita dalle piattaforme digitali possa far nascere un nuovo rapporto tra rappresentanti e rappresentati.
Ma c’è anche un tema di leadership e di atteggiamento culturale: negli ultimi decenni le persone si sono sempre aggregate “contro” qualcuno e/o qualcosa. Bisogna rimboccarsi le maniche e scegliere i progetti più importanti per il bene delle comunità. Serve una alleanza per sviluppare produttività nel nostro paese, tutti insieme e non contrapposti e limitati dai singoli interessi: è un nuovo senso di Comunità quello che deve prevalere» (25 settembre 2020).
A dispetto della complicatissima congiuntura economica, non mancano esempi di imprese che hanno saputo crescere, adottando strategie di adattamento delle modalità di produzione o investendo in nuovi progetti.
Eccone alcuni esempi, tra i diversi che si potrebbero richiamare.
Piaggio ha chiuso il bilancio dei primi tre mesi del 2020 con dati oltre le attese ed in particolare con un utile netto di 3,1 milioni di euro (7,8 milioni di euro nel primo trimestre 2019); dato che si è rivelato migliore delle previsioni. Anche se i ricavi netti consolidati del gruppo, invece, sono stati pari a 311,4 milioni di euro, in contrazione del 10,1% rispetto ai 346,2 mln registrati al 31 marzo 2019 in conseguenza del lockdown della stragrande maggioranza dei dealers in tutto il mondo a partire dai primi di marzo. Il margine lordo industriale è stato pari a 88,1 milioni di euro (-15,2% a/a)» (12 maggio 2020).
Crescere nonostante la crisi. È la scommessa vinta da Gibus, il brand italiano del settore outdoor design di alta gamma, pmi innovativa fondata nel 1982. Nel primo semestre, nonostante l’emergenza sanitaria, il network Gibus Atelier ha infatti continuato a crescere: alla data odierna i punti vendita affiliati sono 413, +6,5% rispetto ai 388 al 30 Giugno 2019. La crescita dei dealer affiliati, si legge in una nota, si è concentrata principalmente nei mercati internazionali, dove risultano 139 rispetto ai 118 dello scorso anno, con una crescita di 21 unità pari a +17,8%» (2 luglio 2020).
Buone notizie anche per Peroni. Dopo lo stabilimento di Padova, anche a Roma viene avviata la produzione, sia per il mercato nazionale, che per quello estero della birra super premium più venduta in Giappone, la Asahi Super Dry. Ad annunciarlo, all’inizio dell’estate del 2020, è lo stesso Gruppo Birra Peroni che, in questo modo, amplia la capacità produttiva dello stabilimento romano» (12 giugno 2020).
«L’emergenza globale Covid-19 ha visto tutte le persone di Italgas reagire con grande determinazione per assicurare al Paese la continuità del servizio. Grazie alla trasformazione digitale già realizzata, abbiamo potuto utilizzare tutte quelle tecnologie innovative quali gas leakege, detection, shareview e work on site, per gestire la nostra rete da remoto, aumentando i controlli sul territorio. E grazie al cloud – continua il CEO di Italgas, Paolo Gallo – e alla messa a disposizione di tutto il personale di strumenti digitali il lavoro da remoto non ha incontrato problemi”. Una buona base di partenza per questa Fase 2 che sta per iniziare.
“Tutte le tecnologie digitali da noi sviluppate – spiega l’Ad – ci permetteranno in fase 2 di riprendere le nostre attività quotidiane in assoluta sicurezza privilegiando la gestione remotizzata”. In un momento del genere ognuno deve fare la propria parte. “Fino al momento del lockdown – dice Gallo – i nostri piani ci hanno permesso di posare oltre 300 chilometri di nuove reti, dei quali 165 ‘native digitali’ in Sardegna. Sull’isola abbiamo superato i 600 chilometri di condotte complessivamente posate e siamo pronti ad alimentare con gas naturale le prime reti al servizio di alcuni Comuni con un beneficio economico significativo per l’economia e la popolazione locale» (1° maggio 2020).
Bilanci positivi per il Gruppo Conad che, chiudendo in positivo e con un +5,9% il fatturato dello scorso anno, mantiene la leadership assoluta tra le catene della distribuzione in Italia. «Siamo orgogliosi del risultato conseguito e sappiamo che essere leader comporta grandi responsabilità, specie in un momento in cui il Paese si prepara ad attraversare una nuova recessione inimmaginabile fino a pochi mesi fa – ha dichiarato l’Ad di Conad Francesco Pugliese – Il nostro impegno sarà più forte, ma non sarà diverso: continueremo ad essere vicini alle persone, alle famiglie in difficoltà, alle comunità e alle grandi come alle piccole e medie imprese dell’agroalimentare italiano. Con la consapevolezza che per superare la recessione serve un’assunzione di responsabilità da parte di tutti».
Il giro d’affari della rete è salito a 14,2 miliardi di euro, la quota dell’insegna è cresciuta di quasi un punto (+0,9%) guadagnando il primo posto, quella della marca del distributore è balzata al 30%, posizionandosi a 9,4 punti sopra la media del mercato (18 giugno 2020).
Nel maggio del 2020 la celebre moka della Lavazza è sbarcata in Cina per aprire il suo primo coffee shop all’estero. Una scommessa, in questi tempi di Coronavirus, ma la Cina, spiega l’AD di Lavazza Antonio Baravalle è una «via di accesso ad un mercato con un grande potenziale inespresso». In sintesi è questa la joint venture siglata con Yum China, colosso da 130 milioni di tazzine di caffè vendute nel 2019 scelto per portare l’autentico espresso italiano nel Paese della Grande Muraglia. Il flagship store Lavazza si trova a Jing’an, storico quartiere al centro della moderna metropoli. Al suo interno proprio una enorme riproduzione della Carmencita ed una Belle Epoque, ispirata allo stile delle primissime macchine per espresso. Ovvero innovazione e tradizione che si fondono per far scoprire ai clienti cinesi il mondo Lavazza» (1° maggio 2020).
Nel quadro dell’azione globale nella lotta al Coronavirus, Albini Group – azienda del bergamasco che conta oggi su sette stabilimenti (di cui quattro in Italia), per un totale di oltre 1.300 dipendenti, – ha ideato «i primi tessuti ViroFormula con tecnologia HeiQ Viroblock, una performance all’avanguardia», spiega il gruppo, che impedisce ai tessuti di diventare una superficie ospite per la diffusione di virus e batteri nocivi e che contribuisce quindi a ridurre il rischio e la velocità di contaminazione e trasmissione (18 maggio 2020).
Primo semestre 2020 in crescita per Sace – società parte del gruppo Cassa Depositi e Prestiti attiva nel settore finanziario ed assicurativo – che ha archiviato il periodo con 20 miliardi di risorse complessivamente mobilitati per le imprese italiane. Di questi, spiega una nota, la cifra a sostegno di export e internazionalizzazione ha raggiunto gli 11 miliardi con un aumento del 37% rispetto all’anno precedente mentre con l’operazione “Garanzia Italia”, al 30 giugno 2020, erano stati garantiti 8 miliardi che hanno superato i 10 al 23 luglio (18 agosto 2020).
Nonostante il momento difficile dovuto alla pandemia da Covid-19 e grazie alla tecnologia «abbiamo sempre mantenuto una piena operatività dell’azienda». Lo ha affermato Silvio Pietro Angori, a.d. di Pininfarina, nel corso della presentazione del tributo che il Ministero dello Sviluppo Economico ha dedicato all’azienda nel 90° anniversario della fondazione (avvenuta nell’ottobre del 2020)- (12 ottobre 2020).
Pienamente operativo il piano di sviluppo di Forte_forte e della controllante Style capital. Il brand made in Italy da 23,5 milioni di euro di fatturato che fa capo per il 55,9% al fondo, sta investendo nell’espansione retail con focus sul mercato italiano. Una strategia che guarda a più ampio raggio anche l’internazionale (14 novembre 2020).
Non sono mancate da parte delle imprese, in questa fase di difficoltà economica legata al Covid-19, iniziative di carattere solidale. Eccone alcuni esempi, tra gli svariati che si potrebbero citare.
Il Gruppo bancario Bper, grazie alla disponibilità del personale e del management, ha messo a disposizione oltre 3 milioni di euro per far fronte alle emergenze causate dal Covid-19. La cifra è il risultato di una campagna interna di raccolta fondi – svoltasi nel maggio del 2020 – denominata «Uniti oltre le attese», il cui ricavato ha raggiunto 2,4 milioni di euro. «Abbiamo promosso questa iniziativa nazionale di raccolta fondi – ha dichiarato il presidente di Bper Banca Pietro Ferrari – per dare un contributo concreto che risponda a richieste specifiche, con un rinnovato spirito di collaborazione e sensibilità sociale.
La scelta degli enti da sostenere è stata avviata in stretto raccordo con le direzioni regionali che operano nei nostri territori di riferimento, ponendo grande attenzione non solo alle esigenze sanitarie e assistenziali immediate, ma anche alla ricerca scientifica, al sostegno delle famiglie più bisognose e alle molte necessità di carattere economico che stanno emergendo e che sono destinate ad accentuarsi nel prossimo futuro. Il progetto ‘Uniti oltre le attese’, dunque – ha concluso – rappresenta un segno ulteriore della solidarietà e vicinanza che tutte le risorse del nostro Gruppo bancario hanno nei confronti del Paese» (5 maggio 2020).
I dirigenti di Rekeep, gruppo bolognese attivo nel campo della gestione e dell’erogazione di servizi integrati rivolti agli immobili, al territorio e a supporto dell’attività sanitaria, hanno deciso di donare il 20% del proprio stipendio di marzo e di aprile ai colleghi che hanno supportato il Sistema Sanitario durante la fase più acuta della pandemia da Covid-19. In una nota l’azienda spiega che il fondo, integrato dalla società, verrà distribuito sotto forma di buoni spesa dell’importo di 255 euro ai dipendenti che, nei mesi di marzo ed aprile, hanno operato negli ospedali di tutta Italia (11 giugno 2020).
Facebook ha annunciato un programma di sovvenzioni del valore di 2 milioni di euro rivolto a oltre 580 piccole imprese con sede a Milano e Roma (e zone limitrofe), dove Facebook ha un ufficio. Il sostegno è una combinazione di contributi economici e di crediti pubblicitari per aiutare le piccole imprese a riavviare, ristrutturare e risanare la propria attività in questo anno difficile. È quanto si legge in una nota diffusa a ottobre del 2020 (2 ottobre 2020).
Questo genere di iniziative incontra il favore di Francesco Pugliese, che osserva: «gli investimenti che stanno facendo Facebook e Google per formare e aiutare le PMI italiane ad accelerare la trasformazione digitale sono un ottimo punto di partenza, così come è un ottimo punto di partenza la strategia per l’innovazione e la trasformazione del nostro Paese che si sta sviluppando con “Italia 2025”» (7 agosto 2020).
L’emergenza sanitaria, oltre a far sviluppare doti di resilienza, ha anche decretato lo sviluppo dell’ingegno e della creatività di persone e imprese.
Un esempio tra i molti è quello del sarto, l’artigiano Andrea Cammarota, titolare della «Sartoria da Napoli» che per venire incontro alle esigenze delle persone ha riconvertito il suo laboratorio: dalle cravatte alle mascherine di cotone. Il settore dell’abbigliamento è stato uno dei primi ad andare in crisi; l’utilizzo dello smart-working, per fare solo un esempio, ha ridotto sensibilmente l’impiego della giacca e delle cravatte e, quindi, ecco l’idea. Cammarota ha sfruttato la sua passione e l’arte per il made in Italy per trasformare il prodotto principale della sua Sartoria, ossia le cravatte, nell’oggetto ora più diffuso, le mascherine (4 giugno 2020).
Le imprese di oggi e del domani abbisognano, per la ripartenza, di interrogarsi sul tema del management.
Franco Moscetti ha riflettuto sull’importanza di ripensare il profilo del manager destinato a guidare l’impresa del futuro e ne ha delineato i tratti essenziali. Il «nuovo manager» dovrà: «avere una vision molto chiara, sapendo diagnosticare i punti di forza e di debolezza dell’impresa a lui affidata e immaginando di far fronte ai secondi con riconversioni aziendali, partnership aggregazioni, acquisto di know how; saper analizzare lo scenario e l’arena competitiva di riferimento con uno spiccato senso del problem solving, dovendo competere contro concorrenti più aggressivi, ma anche contro il tempo; avere la capacità di mobilitare, le risorse aziendali, soprattutto umane, attorno ad una progettualità chiara, definita e comunicabile in un contesto dove con la maggior parte dei suoi dipendenti non avrà più un contatto fisico per via dello sviluppo dello smart working; saper ottenere attraverso quest’ultimo livelli di produttività superiori rispetto alla situazione precedente; realizzare la digitalizzazione dell’azienda sapendo trarre dalla stessa tutte le opportunità in termini di riduzione costi ma avendo come priorità anche di sviluppo di nuovi ricavi; essere capace di sapersi esprimere in un contesto senza certezze, fluttuante e continuamente soggetto a input, in maggioranza negativi, di carattere esogeno; saper anticipare i cambiamenti, sapendoli affrontare per trasformarli in opportunità, ascoltando le esigenze delle persone e dei mercati di riferimento mantenendo la flessibilità organizzativa per potervisi adeguare nel rispetto di un solido sistema valoriale» (23 giugno 2020).
La crescita del sistema imprenditoriale italiano abbisogna di nuovi approcci e di rinnovate strategie, che non si limitino a riproporre gli schemi tradizionali propri di una competizione spietata e globalizzata.
Per Luigi Balestra «in quest’ottica – e si tratta di una circostanza rilevata, a più voci, dai protagonisti dei più svariati comparti economici e produttivi del Paese – quella forza centrifuga che negli ultimi decenni ha spinto verso la massima globalizzazione andrà verosimilmente incontro a mutamenti di rotta (almeno parziali) verso un nuovo modello di globalizzazione slow, consapevole dell’importanza delle risorse locali ed improntato alla valorizzazione delle stesse.
La caratteristica vincente delle filiere produttive sarà la capacità di intercettare i segnali del cambiamento e di rispondere ad essi in modo rapido, riconfigurando processi e modalità operative. Occorre ripensare al modo di fare impresa, anche attraverso l’innesco di processi di «alleanza» idonei a dar vita a realtà economiche che, in una prospettiva che sappia guardare in modo omogeneo all’intero territorio italiano, siano in grado di assecondare bisogni e interessi così come verranno atteggiandosi alla luce dell’«esperienza crisi».
Uno strumento giuridico particolarmente efficace, attraverso il quale promuovere efficientemente la complementarietà tra le diverse imprese di un’unica filiera, ovvero tra imprese facenti parte della medesima realtà economico-produttiva – come ad esempio, per citarne due che, al pari di tante altre, rischiano di essere “messe al tappeto” dal COVID-19, il turismo e la moda – è rappresentato dal contratto di rete. Lo strumento in parola si presta a supportare la collaborazione tra imprese anche in ragione della sua flessibilità, da realizzarsi attraverso gli «obiettivi strategici di innovazione e di innalzamento della capacità competitiva dei partecipanti», obiettivi rimessi all’autonomia dei partecipanti, ai quali è rimessa altresì la definizione di un «programma di rete» che contenga l’elencazione dei diritti e degli obblighi assunti da ciascun partecipante, nonché dello «scopo comune» dell’iniziativa.
Con riferimento all’accesso al credito e nell’ottica dell’incentivazione del ricorso alla collaborazione attraverso il contratto di rete, potrebbe essere opportuno intervenire legislativamente con misure, ulteriori e più intense, rispetto a quelle di cui agli artt. 1 e 13 del d.l. 23/2020, per il sostegno della liquidità delle imprese che aderiscano a tale forma di collaborazione» (10 maggio 2020).
Allo scopo di favorire il descritto processo, rileva peraltro lo stesso Luigi Balestra, «è necessario un approccio metodologico differente da quello che, per certi versi, ha dominato gli scenari del passato: occorre che a livello locale germini una capacità di andare oltre la visione dello sviluppo locale. Se si volge lo sguardo al settore delle attività economiche, il cui rilancio e sviluppo rappresenta una componente indefettibile dell’intero processo di ripartenza, può venire in considerazione – ma di certo si tratta di uno soltanto degli esempi proponibili – il ruolo delle Camere di commercio, le quali annoverano tra i compiti istituzionali il sostegno alle imprese e allo sviluppo dell’economia locale.
Orbene si tratta di rivedere quest’ultimo concetto in chiave innovativa, avendo bene a mente che lo sviluppo, per potersi declinare in termini di effettività e di efficienza, deve saper guardare ad altre aree e a molteplici contesti, realizzando virtuosi sistemi di interazione. La circostanza che le Camere di commercio siano chiamate a operare nelle circoscrizioni territoriali di competenza non può certamente rappresentare, a meno di non volersi uniformare a rigidi e desueti parametri formalistici, una ragione ostativa.
Ben si può pensare a un’attività di mappatura dei territori, estesa anche a quelli limitrofi (ovvero a territori lontani ogni qualvolta vengano identificati profili e interessi cui dedicarsi in chiave di sistema), che sappia descrivere, in modo compiuto, il tessuto imprenditoriale, le intravedibili potenzialità di sviluppo, anche nella prospettiva della creazione di forme di aggregazione di impresa. Appare fondamentale pensare a meccanismi di valorizzazione del know-how posseduto dai protagonisti dei territori, anche al fine di ideare – secondo una logica progettuale – settori merceologici e mercati nuovi, all’uopo facilitando la creazione di percorsi di ricerca, che abbia a cuore l’innovazione tecnologica, quale miccia di innesco» (11 novembre 2020).
Un approccio rivolto a contesti territoriali dotati di significative potenzialità di crescita mediante l’aggregazione di saperi è sottolineato da Romano Prodi, intervistato in esclusiva per l’Osservatorio da Luigi Balestra, con riferimento all’esempio di Bologna.
«Negli ultimi anni hanno visto la luce iniziative interessanti: pensi alla motor valley che ha messo assieme le quattro università. A Parigi le Università si chiamano 1, 2, 3 e così via, in Emilia si chiamano Modena, Bologna, Reggio Emilia, Parma e Ferrara. Bisogna focalizzarsi sui campi e sui settori in cui mettere in rete questo e sulle risorse umane che occorrono: e quindi la rete della sanità, la rete dell’investimento nei trasporti, nella residenza» (15 giugno 2020). L’idea della rete è molto presente anche nelle riflessioni avviate nella piattaforma Riparte l’Italia. Questo perché l’aggregazione – anche attraverso la creazione di reti di imprese e l’utilizzo del contratto di rete – in una prospettiva di globalizzazione che è profondamente cambiata all’esito della pandemia, deve essere assolutamente valorizzata.
Oltre che lungo percorsi virtuosi di cooperazione, alcune imprese, soprattutto approfittando dello sconvolgimento cagionato dalla pandemia, hanno adottato comportamenti illeciti, i quali rischiano di falsare il normale gioco della concorrenza. Il Segretario Generale dell’AGCM, Filippo Arena, ha riflettuto sul tema, nonché sul ruolo che l’Autorità è chiamata a svolgere: «l’Autorità ha dato il proprio contributo, intervenendo nei confronti di quanti, approfittando della situazione drammatica, hanno cercato di trarre un ingiusto profitto mediante condotte illecite.
L’Autorità ha correttamente ritenuto di non dover intervenire nei confronti di accordi di cooperazione necessari, temporanei e proporzionati, adottati per scongiurare la scarsità delle forniture: la comunicazione deliberata è funzionale a garantire alle imprese le bontà, sotto il profilo antitrust, della strada scelta. Durante i mesi più bui della pandemia, l’Autorità ha inoltre svolto diversi interventi di advocacy nei confronti del Parlamento e del Governo, suggerendo un ripensamento di tutte quelle misure che, sia pur nel lodevole intento di tutelare la salute pubblica e proteggere nell’immediato le fasce più deboli del sistema economico, erano sproporzionate rispetto al fine e destinate a ingessare, se non a sospendere, il confronto competitivo in interi settori produttivi.
Sulle disposizioni straordinarie in materia di rimborso dei titoli di viaggio e di pacchetti turistici cancellati per circostanze eccezionali e situazioni soggettive connesse con l’emergenza da Covid-19, l’Autorità ha rilevato come la normativa, che consente agli operatori di tali settori di emettere voucher – in luogo del rimborso – si ponesse in contrasto con la vigente normativa europea che prevede il diritto del consumatore ad ottenere un rimborso».
Sul futuro della regolazione antitrust e sul futuro dell’Autorità che vigila sul mercato e sui diritti dei consumatori, Filippo Arena ha rilevato che: «in un periodo di crisi senza precedenti per le imprese e per i cittadini, l’indipendenza dell’Autorità e il suo ruolo di autorità di garanzia, che interviene ad assicurare il rispetto della legge e la tutela di interessi pubblici di carattere generale, sono di assoluto rilievo. L’impatto della pandemia sulle politiche di concorrenza e di tutela del consumatore è inevitabile, tuttavia, non bisogna dimenticare che la disciplina antitrust ha un carattere intrinsecamente dinamico e che la fisionomia dell’enforcer antitrust e i suoi obiettivi si evolvono a fronte dei mutamenti economici e sociali» (2 ottobre 2020).
La crisi economica assume, tra l’altro, il volto dello spettro della perdita del posto di lavoro per milioni di italiani.
Si profila infatti il rischio di una chiusura non momentanea, ma definitiva alla fine dell’incubo Covid-19. L’allarme è lanciato dall’Ufficio Studi Confcommercio che ha stilato un rapporto riguardante l’impatto della pandemia sulle imprese del terziario, questo mentre il Cerved calcola che nell’intero 2020 andranno in fumo tra i 348 e i 475 miliardi di fatturato, nonché tra i 161 e i 196 miliardi nel 2021 rispetto alle tendenze previste prima del Covid19. Unico spunto incoraggiante arriva dalla maggiore predisposizione in termini di flessibilità. Alla chiusura precauzionale per l’emergenza sanitaria, una impresa su quattro sembra essere arrivata preparata. Il 24,6% delle imprese italiane, infatti, ha investito nell’adozione di sistemi di smart working per innovare il proprio modello organizzativo aziendale tra il 2015 al 2019 (13 maggio 2020).
Tra le proposte avanzate per contrastare l’emergenza lavorativa indotta dalla Pandemia vi è quella dei paycheck protection programs. A parlarne è il presidente di Confapi Giovani, Jonathan Morello Ritter. «È il modello al quale guardano i Giovani di Confapi per ripartire e tutelare i posti di lavoro. Potremmo ad esempio guardarci attorno. In America, per sostenere l’occupazione, danno i paycheck protection program, finanziamenti diretti alle imprese che diventano a fondo perduto se queste mantengono l’occupazione. Dobbiamo capire che siamo tutti sulla stessa barca – ha detto – dobbiamo saper rinunciare tutti a qualcosa per poter andare avanti. Oggi per le aziende che hanno calato il fatturato di decine di punti percentuali, ogni giorno è una sfida. Se c’è lavoro si lavora, altrimenti che si fa? Sicuramente le aziende non possono essere i nuovi ammortizzatori sociali per i lavoratori, perché imploderebbero in poche settimane» (28 maggio 2020).
Incentivi all’assunzione, concentrati sui gruppi di persone più vulnerabili, per promuovere la creazione di nuovi posti di lavoro; riadattamento della cassa integrazione per dare a imprese e lavoratori i giusti incentivi a riprendere l’attività o a cercare un altro posto di lavoro; riconsiderazione del funzionamento del reddito di cittadinanza e del reddito di emergenza per garantire che le famiglie più bisognose siano davvero sostenute. Sono questi gli interventi necessari secondo il Rapporto sull’occupazione dell’Ocse, diffuso nel luglio del 2020, con cui l’Italia, «che ha adottato nell’emergenza misure senza precedenti», deve trovare ora «il giusto equilibrio tra un rinnovato sostegno a chi è in difficoltà, l’accompagnamento delle inevitabili ristrutturazioni dove necessario e la creazione di nuovi posti di lavoro».
Il modo di lavorare, intanto, si è dovuto rapidamente adattare all’imposizione del distanziamento sociale. I numeri sono quelli della ricerca effettuata dall’Osservatorio Hr innovation practice della School of Management del Politecnico di Milano. Lo Studio, basato su un’analisi empirica che ha coinvolto 198 medio-grandi aziende italiane e un panel rappresentativo di lavoratori realizzato in collaborazione con Doxa, rivela che il 95% delle direzioni Hr delle imprese italiane hanno fatto fronte all’emergenza sanitaria, il 93% si è affidato allo smart working da remoto, il 55% ha pianificato nuovi turni di lavoro sul posto per evitare occasioni di contatto, il 48% ha fatto svolgere corsi di formazione per agevolare il lavoro da casa. Stravolte anche le priorità.
Ai primi tre posti per le direzioni del personale ci sono l’introduzione o il potenziamento dello smart working (65%), lo sviluppo di cultura e competenze digitali (45%) e la gestione di riorganizzazioni aziendali o il dimensionamento della forza lavoro (43%) – (29 maggio 2020).








