Paolo Mieli sul Corriere della Sera ripercorre gli ultimi 10 anni della politica italiana caratterizzata, a suo dire, dalla “scarsa ambizione dei partiti”. Secondo l’editorialista, “l’ironica battuta di Mario Draghi sul fatto che a fine legislatura un nuovo lavoro se lo cercherà per conto proprio, ha messo a nudo un gigantesco problema della politica italiana. Siamo forse l’unico Paese del pianeta in cui, da oltre dieci anni, i governi vengono creati dal capo dello Stato e ricevono la fiducia da coalizioni parlamentari create lì per lì.
L’approvazione per via elettorale di tali coalizioni è del tutto marginale, talvolta nulla. Il consenso di deputati e senatori a questo genere di governi è, d’altra parte, motivato dalla volontà di non misurarsi anzi tempo con le urne per non mettere a rischio il seggio. Il tutto viene giustificato con le varie emergenze che si susseguono (economica, sanitaria, domani sarà l’Ucraina).
Gli elettori possono attendere. E può darsi che lo sconcerto generato da quest’attitudine abbia qualcosa a che fare con le ondate astensioniste in costante crescita ad ogni convocazione dei comizi. L’evocazione di Draghi – o, se l’attuale presidente del Consiglio insisterà con il diniego di venerdì scorso, di un simil Draghi – prefigura il mondo ideale per politici di scarse ambizioni: quello in cui è impossibile vincere ma è, per ciò stesso, impossibile che vincano gli avversari.
Questa – dice Mieli – è peri partiti politici italiani l’unica cosa che conta: eliminare il rischio di una sconfitta. Il sogno di tutti i partiti, da Forza Italia all’estrema sinistra, si concretizza nell’auspicio di «nessun vincitore, nessun perdente». Un’idea di futuro a cui sembra si stia felicemente adeguando la destra che pure – come insegna la storia del passato decennio – dovrà rassegnarsi a un ruolo subalterno.
Come ha osservato su la Repubblica Luca Ricolfi – non è detto che la definitiva estromissione dell’elettorato dalla scelta delle maggioranze di governo vada bene agli elettori stessi. Né che sia salutare far durare queste pratiche in eterno. Ed è comprensibile che personaggi come Mario Draghi si chiamino fuori da prospettive del genere. Pur se avvolte – conclude – dalle nobili bandiere del Pnrr o di qualche emergenza prossima ventura”.








