Sul Corriere della Sera, Paolo Mieli, critica la posizione di quello che l’editorialista definisce “pacifista cinico”, piuttosto diffusa in occidente e in Italia: “Secondo questa teoria che potremmo definire «super realista», è inutile aiutare gli ucraini ad «allungare la loro lotta di qualche settimana» in vista di «una resa scontata».
Se si ritiene che abbiano buone probabilità di «farcela nel breve o anche nel lungo periodo», ha un senso inviar loro le armi. Altrimenti «armare civili non o mal addestrati» serve solo a «prolungare l’agonia del Paese». Peggio: a «moltiplicare la carneficina» così da «usare quel popolo martoriato come carne da macello». Il tutto peri «giochi di guerra dei grandi».
Ovviamente ogni parola o espressione che abbiamo riportato tra virgolette è stata pronunciata. Talvolta messa per iscritto. Se proviamo ad applicare retroattivamente questo teorema, scopriremo la dannosità di atti che fino a oggi avevamo tutti considerato positivamente”.
Mieli a questo punto cita una lunga serie di esempi del ventesimo secolo (e quella più recente in Afghanistan) e aggiunge: “. Nel mondo variegato delle lotte di liberazione, nessuno ha mai conosciuto in partenza l’esito di quelle guerriglie. Va detto che c’è qualcosa di cinico, di immorale, financo di irritante nel doversi sentire riproporre (non è la prima volta, purtroppo) ragionamenti del genere.
Quando si assiste a una così evidente riedizione di quel che accadde alla fine degli anni Trenta, darsi l’obiettivo di non aiutare i Sudeti di oggi nel dichiarato intento di «risparmiar loro una carneficina» ha un che di sinistro.
Tanto più che, quando verrà il tempo della tregua, un conto sarà, ad ogni evidenza, il poter intavolare una contrattazione tra i carnefici di Putin e un popolo che può ancora disporre di forze combattenti, altra cosa sarebbe giungere a un negoziato che veda gli ucraini distrutti, con le spalle al muro, in balia dei loro aguzzini.
Tutti ben conosciamo la lezione tramandataci dalla storia. I popoli che hanno subito un martirio – conclude – prima o poi si vendicano. Di chi li ha seviziati. Ma anche di chi, pur in nome della non violenza e della fratellanza universale, ha reso possibile quel supplizio. O non ha mosso un dito per impedirlo”.








