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Ora o mai più. I 209 miliardi dell’Europa (il 12 per cento del nostro Pil) sono l’ultima occasione per cambiare l’Italia

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Adesso, tocca all’Italia.

L’accordo raggiunto all’alba di martedì a Bruxelles – dopo una sfibrante maratona, più breve solo di quella di vent’anni fa a Nizza, quando in ballo c’era il Trattato – forse è al di sotto delle aspettative per quanto riguarda la politica europea, ma è largamente all’altezza delle speranze italiane.

Nei prossimi tre anni, il governo di Roma avrà accesso a fondi europei per 209 miliardi di euro, una cifra, per intenderci, pari a circa il 12 per cento del Pil italiano.

Dal lungo braccio di ferro fra i paesi “frugali” e il resto della Ue sull’entità dell’impegno comune e sulla proporzione di soldi a fondo perduto, l’Italia esce con la stessa quantità di sussidi (oltre 81 miliardi di euro) e con una anche maggiore potenzialità di prestiti (128 miliardi di euro) rispetto a quanto proposto dalla Commissione di Bruxelles.

A ben vedere, non si può dire che, alla fine, con Roma, l’arcigno premier olandese, Mark Rutte, abbia avuto il braccino corto.

I prestiti, anche se, rispetto ai finanziamenti a fondo perduto, vanno restituiti, sono particolarmente convenienti, anche in un momento in cui i tassi sui Btp italiani non sono lontani dall’1 per cento.

Quei 128 miliardi, infatti, si possono ottenere a tasso zero e andranno restituiti nell’arco di 40 anni: qualsiasi finanziamento sul mercato è più costoso e va rimborsato entro, al massimo, una decina d’anni.

Molto semplicemente, inoltre, meno soldi si chiedono agli investitori e più ce ne sono, eventualmente, disponibili sul mercato.

Un discorso che si allarga ai 36 miliardi di euro che il Mes rende disponibili per la sanità e su cui è facile prevedere che, nei prossimi giorni, riesploderanno le polemiche in Italia.

Eppure, anche qui, il discorso è molto semplice. Anche i prestiti del Mes sono a tasso zero (se non negativo: a prenderli ci si guadagna).

E, se è vero che i 209 miliardi di euro del Next Generation Eu, appena approvati, sono una notevole potenza di fuoco, ricorrere anche al Mes fa salire il totale a 245 miliardi.

Tutto ossigeno per un paese sull’orlo di un possibile collasso nei prossimi mesi. Terza considerazione assai semplice: il Mes consente di metter mano alla sanità, liberando fondi che, altrimenti, andrebbero defalcati dai 209 miliardi del Fondo europeo per la Ripresa.

Adesso, tocca all’Italia dimostrare che è in grado di utilizzare bene questi soldi. Il controllo europeo è, sostanzialmente, blando.

La gestione e il monitoraggio dei fondi resta in mano alla Commissione, un organo politico, non legato alle dinamiche elettorali dei singoli governi.

Non c’è potere di veto (a lungo agitato da Rutte come arma negoziale): all’interno del Consiglio europeo, qualsiasi intervento sui piani di riforma delle singole nazioni richiederà l’approvazione a maggioranza qualificata, ovvero il consenso di governi che rappresentino almeno i due terzi della popolazione Ue.

I paesi frugali sono, tutti insieme, sotto il 10 per cento.

Di fatto, se non si muovono Francia, Germania o Spagna (o Italia) non avviene nulla.

Il diritto, rivendicato da Rutte, di un singolo governo di bloccare l’erogazione dei fondi ad un singolo paese, chiedendo una specifica votazione dei 27 governi (a maggioranza qualificata) sembra avere soprattutto valore simbolico.

La svolta, per l’Italia, è che la disponibilità dei fondi europei consente una operazione che le logiche elettorali hanno sempre reso problematica: il varo di riforme a lungo respiro.

I governi, per motivi elettorali, dopo aver chiesto sacrifici ai cittadini per procurarsi le risorse, sono sempre spinti a riforme che abbiano un ritorno evidente ed immediato.

Ma le grandi riforme di sistema i risultati e i benefici li danno lentamente e a lunga scadenza.

Il Piano nazionale di Riforma, da cui, a settembre, il governo ricaverà il programma dettagliato da presentare alla Ue, contiene le ambizioni giuste.

Ma poi bisognerà vedere le priorità.

Per rilanciare il sistema Italia e renderlo in grado di far marciare l’economia occorre dedicare risorse e impegni ad una radicale e capillare digitalizzazione della pubblica amministrazione: qualsiasi ufficio pubblico deve essere a portata di clic.

Bisogna digitalizzare e sveltire le procedure della giustizia, per mettere i tribunali al passo della vita quotidiana, ma, in particolare, di quella delle imprese.

Occorre intervenire a tappeto e in profondità non solo sulla ricerca, ma sulla formazione di base assicurata dalla scuola pubblica, sotto forma di strumenti, programmi e personale.

I risultati di questi sforzi si vedranno, probabilmente, solo fra 10-15 anni.

Ma, ora o, forse, mai più: non capiterà presto di avere 80 miliardi di euro gratis e da non rimborsare.

In questo percorso, la nuova Europa, tuttavia, potrà, probabilmente, aiutare ancora.

Nonostante il confronto serrato, il cuore della svolta europea invocata da Angela Merkel e Emmanuel Macron è rimasto in piedi.

Il Next Generation Fund – sia pure in una proporzione diversa, quasi a metà, ora, fra sussidi e prestiti – resta di 750 miliardi.

Equivale al 5,5 per cento del Pil della Ue, un ammontare adeguato – secondo gli analisti di Deutsche Bank – ad affrontare una crisi che taglierà l’8 per cento al Pil della Ue.

E’ nettamente virato a favore dei paesi, come Italia e Spagna, più colpiti dalla crisi, nel segno di una nuova solidarietà.

E’ il primo strumento anticiclico comune, senza requisiti di austerità, di cui si dota la Ue, finanziandolo, di fatto, con titoli di debito emessi tutti insieme.

L’intero castello è, dichiaratamente, temporaneo e destinato ad esaurirsi entro il 2023, ma, come dimostra tutta la storia della Ue, i precedenti hanno un peso decisivo.

Sotto questo profilo, anche se se ne è parlato poco, è significativa la conquista, avvenuta in questo vertice, di poteri fiscali da parte della Commissione Ue.

Dopo anni di battaglie, Bruxelles conquista il diritto di imporre proprie tasse e di raccogliere risorse autonome: finora, i governi avevano tenacemente respinto questa possibilità.

Si parte piano, ma, anche qui, ciò che conta è il precedente e, comunque, l’innovazione è permanente.

Dal prossimo gennaio ci sarà una tassa europea sull’uso della plastica.

Dal 2023, una tassa sui giganti del web e una tariffa doganale punitiva, per i paesi che non adottino forme di controllo delle emissioni di anidride carbonica delle loro industrie.

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