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Dobbiamo andare oltre il tifo per cercare la pace | L’intervento di Gigi De Palo

Ho visto e rivisto l’incontro tra Trump e Zelensky nello studio ovale. Ho letto e riletto le traduzioni ufficiali. Ho cercato, trovato e studiato tutti e quaranta i minuti. E se la prima volta, nei video parziali che girano in rete mi ero fatto un’idea, più vado avanti e più sono convinto che, come per ogni cosa, non ci sia da fare i tifosi, ma da abitare la complessità.

È troppo facile parteggiare per Zelensky vista la narrazione che ci è stata fatta negli ultimi tre anni, ma è anche vero (e lo scrivevo pochi mesi dopo l’inizio della guerra) che le guerre raramente finiscono perché uno dei contendenti vince. Le guerre finiscono se i due nemici tornano a parlare, se la comunità internazionale facilita la tregua…

L’incontro tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky ha messo in luce una profonda divergenza di visioni sulla guerra in Ucraina e sul percorso verso la pace.
Da un lato, Trump spinge per una soluzione rapida, pragmatica e basata su compromessi territoriali ed economici, anche a costo di cedere terreno alla Russia.
Dall’altro, Zelensky difende una pace “giusta e duratura”, che preservi la sovranità ucraina e non riconosca concessioni a quella che considera un’aggressione illegittima. Trovare una via di mezzo tra queste posizioni è complesso, ma non impossibile.

Trump vede la pace come un accordo negoziato in cui gli Stati Uniti possano giocare un ruolo di mediatore “super partes”, utilizzando leve come gli aiuti militari e l’accesso alle risorse ucraine (es. terre rare) per convincere entrambe le parti.

Zelensky, invece, insiste su garanzie di sicurezza a lungo termine e sul rifiuto di trattare con Putin come se fosse un partner legittimo, definendolo un “killer” e un “terrorista”. La sua posizione è sostenuta da molti leader europei e da una parte dell’opinione pubblica occidentale, che vedono nella resistenza ucraina una difesa dei valori democratici.

E al di là del tifo, che non serve a nulla e che complica la situazione, riportare la pace in Ucraina richiede un equilibrio tra realismo e giustizia. Trump (e mi fa schifo lo stile con cui lo fa) ha ragione nel dire che senza compromessi non si negozia, ma Zelensky (e non apprezzo nemmeno il suo di stile) ha altrettanto ragione nel chiedere che la pace non sia una resa mascherata.

Una soluzione praticabile potrebbe essere un processo graduale: congelare il conflitto sotto supervisione internazionale, garantire sicurezza all’Ucraina con un mix di deterrenza e diplomazia, e usare le risorse economiche come ponte per la stabilità. Non sarebbe una pace perfetta, ma una pace possibile, un punto di partenza che eviti il collasso totale o una guerra senza fine. La chiave sta nel dialogo continuo tra tutte le parti, non solo nello Studio Ovale, ma in un’arena globale che dia voce a chi combatte e a chi media.

Nel frattempo, da innamorato dell’Europa, mi domando: che fine ha fatto? Oltre le prese di posizione contro Putin, che costa sta facendo la comunità europea per facilitare la pace e per trovare una soluzione?
Non mi sembra che continuare a finanziare la guerra e mandare armi in Ucraina sia lavorare per una soluzione pacifica. Non serve a nulla fare le manifestazioni di piazza se poi l’Europa non riesce ad avere una voce comune e contribuisce al dibattito solo con armi e soldi.

Ci piaccia o non ci piaccia in questa situazione gli attori sono molteplici e, come sempre, il bene comune non è la somma degli interessi particolari perché sono divergenti: l’interesse di Zelensky confligge con quello di Putin che confligge con quello della comunità europea che confligge con quello di Trump.

E quindi che si fa? La sensazione è che, ormai, ci accontentiamo di essere spettatori sul divano con i pop corn in mano che tifano come nelle partite di calcio. Nel mentre gli innocenti muoiono… ma tanto sono lontani…

Fonte: profilo Facebook Gigi De Palo

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