In un’intervista a Class CNBC Stefano Micossi, Direttore Generale di Assonime (l’Associazione Italiana delle Società Quotate) effettua delle considerazioni sulla governance del Recovery, dichiarandosi contrario alla cabina di regia proposta dal premier Conte e proponendo invece un triangolo con ai vertici il Ciae (Comitato Interministeriale Affari Europei), un ministro per il Recovery Fund e una rete di responsabili del Piano in ogni amministrazione.
«Abbiamo deciso di non entrare nel merito di dove mettere i soldi, e di proporre invece un metodo di gestione che provi a neutralizzare alcune delle debolezze tradizionali della PA, utilizzando al meglio le risorse esistenti», ha spiegato l’economista.
«Secondo noi non funzionerà l’idea di trovare per ognuna delle sei linee di indirizzo un grande personaggio che viene dall’esterno, e pretendere di farlo gestire con poteri straordinari», continua. «I Ministeri devono essere i perni dell’azione del governo. L’idea di trovare un Colao o un Arcuri che si sostituisce alle amministrazioni è un grave errore, che porta alla paralisi. Le amministrazioni non collaborerebbero e diventerebbe impossibile servirsene per raggiungere gli scopi. Bisognerebbe poteri chiari dei vari soggetti coinvolti, a cominciare dal ministro del Recovery Fund».
«La proposta del governo», precisa, «contiene anche cose positive. Nelle modalità di erogazione delle risorse per le imprese, ad esempio, con il credito d’imposta e l’ecobonus, che si possono utilizzare senza passare per l’intermediazione politico burocratica. E poi misure aggressive di semplificazione, come sul funzionamento della Conferenza dei Servizi, alla quale si impongono tempi certi e nuovi meccanismi». Tuttavia, aggiunge, «non si può affidare la gestione di meccanismi come questi a qualcuno che viene da fuori, con l’idea che arrivi Nembo Kid o l’Uomo Ragno».
La proposta di Assonime, continua, prevede un Ministro del Recovery Fund che «non è Nembo Kid, è semplicemente un fulcro dentro uno schema organizzativo che funziona così: all’interno del Consiglio dei ministri c’è un Comitato Interministeriale che raccoglie tutti i ministri con competenze nelle materie, questo comitato conta su una specie di segretario generale, il ministro del Recovery Fund, per sostenere la sua attività. E dentro ogni amministrazione va nominato un responsabile unico della esecuzione del piano, che sia un funzionario di alto livello, influente sui colleghi e incentivato».
«Dove mettere i soldi è una scelta prima di tutto della politica», specifica. «Tuttavia, se guardo i numeri colossali del Recovery, sobbalzo quando vedo che alla sanità sono stati assegnati solo 9 miliardi su 209. Mi sembra una follia, un autentico scandalo. Se abbiamo tanti morti è perché la sanità si è rivelata debole nella sua capacità territoriale di offrire assistenza a domicilio».
Sul fatto che spesso non si parli delle importanti riforme richieste dall’Europa per autorizzare il Recovery, Micossi commenta: «questo è l’aspetto di maggiore debolezza del piano. Le riforme sono male identificate. Nel calderone c’è una lista di progetti di spesa della PA che, però, non esprimono un’analisi sui fattori che impediscono il funzionamento di queste istituzioni. Del mercato del lavoro praticamente si parla solo per introdurre la questione della gender diversity, mentre abbiamo un problema serio di divergenza tra salari e produttività, particolarmente grave nel Mezzogiorno. La riduzione dei contributi sociali in tutto il Sud non risolve il problema e costa moltissimo».
«Nel piano, poi, c’è scritto che avvieremo incisivi programmi pluriennali per assumere persone competenti nella PA, e per dotare tutti di competenze digitali. Queste, scusate, sono chiacchiere. La vera questione è che abbiamo creato un sistema pieno di regole minute perché non ci si fida di chi lavora nella amministrazione. E quando si cerca di applicarle non funzionano. Allora si cercano procedure straordinarie. Dobbiamo ridare all’amministrazione, per definizione al servizio del Paese, la capacità discrezionale di agire e decidere. Dobbiamo passare dal sistema dei controlli preventivi, a quelli successivi».
Nonostante le criticità individuate, l’economista non pensa che l’Italia rischi di perdere questa grande opportunità: «Tutto il contrario. Il progetto del governo secondo me può essere l’inizio. Abbiamo tempo di una discussione seria sia sul “cosa” che sul “come”, basta non incartarsi in nominalismo o lotte politiche marginali per occupare i posti o per metter le mani sui soldi. Abbiamo un’opportunità straordinaria, non sono affatto pessimista».
Sulla scelta del nuovo CEO di Unicredit in cui, in quanto guida del Comitato Nomine, è direttamente coinvolto, infine afferma: «Come amministratore sono tenuto al riserbo. Quello che posso dire è che stiamo cercando di lavorare in fretta, ma che dobbiamo soprattutto lavorare bene. Quindi certe aspettative miracolistiche di soluzioni estemporanee che potrebbero arrivare giovedì prossimo o la domenica di Natale non sono realistiche. Lavoreremo per il tempo che serve, che non è infinito, ma certamente i candidati devono essere identificati, devono essere intervistati e devono dichiararsi disponibili. Tutto questo non si fa in due settimane».








