L’Europa ha votato e approvato la direttiva sui salari minimi. L’economista Stefano Micossi spiega le conseguenze della direttiva, sottolineando che «non chiede agli stati membri che non ce l’hanno di adottare l’istituto del salario minimo, ma propone misure per assicurare che il salario minimo laddove esista, si basi su criteri nazionali tali da garantirne un minimo adeguato e l’effettività dell’implementazione».
«Il Consiglio dell’Unione europea ha approvato a larghissima maggioranza (23 voti a favore, 2 contrari, 2 astenuti) un accordo politico “di principio” sulla proposta di direttiva sui salari minimi adeguati. L’Italia ha votato a favore; tra gli astenuti, la Germania, che non aveva al momento del voto un governo in carica. La discussione continuerà ora nei tavoli del negoziato interistituzionale con Parlamento europeo e Commissione».
«Come è noto, in Italia le parti sociali hanno espresso contrarietà al salario minimo, che vedono come una minaccia agli istituti di contrattazione salariale», sostiene su InPiù.net. «Andrebbe chiarito che la funzione del salario minimo è duplice: quella di alleviare le condizioni dei “lavoratori poveri”, pagati molto meno dei minimi contrattuali; quella di fornire una piattaforma minima di protezione contro la diffusione di lavori sottopagati nei mercati del lavoro più opachi, dove si muovono molti lavoratori provenienti da altre giurisdizioni».
«Siamo dunque ben al di sotto dei minimi contrattuali dei lavori coperti da contratto, che continuerebbero ad essere regolati dai contratti nazionali. Inoltre, nelle aziende dove è presente il sindacato, le nuove tecnologie aprono ampi spazi per negoziare a livello aziendale incrementi salariali legati alla maggior produttività» conclude. «Speriamo che l’accordo politico raggiunto in seno al Consiglio Ue faccia riflettere anche le nostre parti sociali, che hanno tutta la convenienza a non opporsi al salario minimo.
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