“Questa guerra non fa solo strage di bambini, com’è avvenuto ieri a Mariupol. Fra le vittime della guerra in Ucraina c’è anche il diritto, le regole interne e internazionali”.
Lo scrive Michele Ainis su Repubblica: “Parrebbero mute, impotenti dinanzi alla potenza delle armi. Invece parlano, disegnano precetti e procedure, ma queste parole restano poi incollate sulla carta, senza mai risuonare sul teatro degli eventi.
Ed è una sconfitta, per la civiltà giuridica e per la civiltà tout court. Le parole che si leggono nello Statuto delle Nazioni Unite, per cominciare. L’articolo 2, par. 4, vieta l’uso della forza ‘contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato’.
Eppure è questo il delitto che si consuma sotto gli occhi del mondo: una guerra d’aggressione. Il 2 marzo l’Assemblea generale dell’Onu ha approvato una risoluzione di condanna, con 141 Stati a favore e soltanto 5 contrari.
Ma per passare dalle parole ai fatti occorre una delibera del Consiglio di sicurezza. Secondo l’articolo 42 dello Statuto è quest’ultimo, difatti, che ‘può intraprendere, con forze aeree, navali o terrestri, ogni azione necessaria’, comprendendovi ‘dimostrazioni, blocchi ed altre operazioni’.
Sennonché la Russia – osserva Ainis – in seno a quell’organismo, dispone d’un potere di veto; per consentirne la reazione, dovrebbe quindi dichiarare guerra con sé stessa. Insomma, durante una guerra le regole giuridiche si svuotano come corpi esangui. E non solo nei regimi autoritari, che peraltro — avverte Freedom House — coprono ormai i quattro quinti del pianeta.
Anche l’Europa ha dovuto smentire un suo principio fondativo, ‘la libertà dei media e il loro pluralismo’ (articolo 11 della Carta di Nizza), censurando due agenzie di stampa russe. Succede perché ogni guerra mette in crisi il diritto vigente, lo rende opaco, ne mette a nudo i limiti.
Ma questa crisi del diritto — ha osservato Alan Dershowitz — genera poi nuovo diritto, un altro ordine interno e internazionale. È accaduto dopo la seconda guerra mondiale, con l’approvazione dello Statuto dell’Onu (1945) e della Dichiarazione universale dei diritti umani (1948). Accadrà di nuovo. Non sappiamo come, su quali altri fondamenti.
Una lezione, però, dovremmo averla appresa: le norme camminano sulle gambe degli uomini. Per ottenere pace, serve un popolo che la sostenga. A cominciare dal popolo russo”.








