Massimo Franco sul Corriere della Sera descrive il fronte interno che il premier si trova a dover contrastare nello scenario ‘bellico’ imposto dalla guerra in Ucraina: “Nella «strategia del distinguo» nei confronti di Mario Draghi – scrive l’editorialista – si riflettono un calcolo e un’impotenza.
Il calcolo è quello di marcare su ogni provvedimento un’identità partitica a scapito degli alleati e del premier: pronti, poi, a sostenere che Palazzo Chigi si sarebbe piegato alle pressioni dell’interlocutore di turno.
L’impotenza deriva dalla consapevolezza che difficilmente, con una guerra russa contro l’Ucraina in corso, queste prese di distanza a tavolino, tanto prevedibili da apparire stucchevoli, potranno spingersi fino a provocare una crisi di governo. In quel caso, il passaggio dalla demagogia all’irresponsabilità sarebbe vistoso.
Ma è evidente che l’offensiva dipende da preoccupazioni elettorali destinate a diventare sempre più corpose. Nella coalizione alcune formazioni sono in evidente sofferenza: soprattutto quelle populiste, portate a gareggiare per mostrare lo scalpo di un bilancio gonfio di spesa pubblica. Gli stessi smarcamenti sull’aumento della spesa militare e sulle misure contro la Russia hanno un sapore elettoralistico.
Eppure – osserva Franco – l’offensiva di Mosca contro le «sanzioni indecenti» del governo italiano tradisce un eccesso di risentimento. Sembra quasi che la Russia tenti di chiamare a raccolta o «avvertire» i suoi alleati italiani, visibili e occulti; che voglia spingerli a forzare un Draghi in piena sintonia con Usa, Nato e Europa, a optare per un approccio più morbido: da Italia dei governi «giallo-verdi» tra Cinque Stelle e Lega, per intendersi.
Ma l’operazione si presenta non facile. Anzi, potrebbe rivelarsi un boomerang. Non tiene conto di come e quanto l’aggressione russa abbia cambiato ogni paradigma; e reso non più difficili, ma impossibili gli schemi negoziali e le mediazioni del passato. E soprattutto sottovaluta la debolezza e la crisi delle formazioni euroscettiche.
Almeno in Italia, aspettano di rialzare la testa. Ma per ora – conclude – possono solo sperare nella rivincita dell’europopulismo altrui, ieri in Ungheria e domani magari in Francia, per ridarsi un ruolo e una prospettiva.








