Massimiliano Atelli (procuratore regionale Corte dei Conti): «Ogni albero è un sistema produttivo che realizza effetti utili per tutti noi. Ma lo Stato da solo non basta. Serve il nostro impegno di cittadini, quartiere per quartiere»

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Anche quest’anno si rinnova – oggi lunedì 23 novembre – l’appuntamento annuale con gli Stati generali del verde urbano, che – organizzati come nelle precedenti 5 edizioni dal Ministero dell’ambiente, per mezzo del Comitato creato dalla legge n. 10/2013 – restano una delle maggiori occasioni, nel nostro Paese, per fare il punto (con i protagonisti della politica, della scienza, dell’economia, delle arti, del diritto, e delle altre scienze sociali) sulle nostre Città e sul loro futuro e, insieme, di chi vi abita e lavora. 

Sul verde urbano, l’Italia è da anni un Paese all’avanguardia.

Ci siamo dotati di una legge in materia di spazi verdi urbani e di alberi nei centri abitati, nell’ormai lontano 2013, e da allora vi è stato un progressivo e costante farsi largo largo di questo tema (grazie anche a una formidabile spinta dal basso, nei territori, e alla crescente attenzione del mondo produttivo, per ragioni dapprima reputazionali e poi di integrazione delle politiche di forestazione nelle rispettive politiche aziendali) nell’agenda politica nazionale. Dove ha trovato – con i 30 mln stanziati dal DL  clima di fine 2019 – una sua definitiva collocazione

Lo stanziamento di questi 30 mln segna il passaggio da un’attenzione al tema in Parlamento, attraverso più interventi legislativi, ad azioni concrete (e concretizzabili) anche a livello governativo, mettendo sul tavolo risorse spendibili per progetti degni delle nostre città.

Il DM attuativo che occorreva per utilizzare concretamente quei 30 mln nelle 14 Città metropolitane italiane è stato pubblicato in GU circa 10 giorni fa. E il “via” alla presentazione dei progetti da parte dei territori è già stato dato. Noi, insomma, siamo pronti.    

E’ importante ricordare anche che questi 30 mln di euro derivano dai proventi delle aste sulle quote di emissione ETS, i c.d. permessi di inquinare, il che anche sul piano simbolico assume un’alta valenza, perché rilancia il messaggio che ad ogni azione (climalterante) deve corrispondere una reazione (una contro-azione, se mi passate il giorno di parole). 

E non esiste un’azione più forte, efficace e, anche, va detto, a basso costo, come quella che gli alberi sanno e sono in grado di realizzare.

Siamo ormai anni luce distanti, anche sul piano della cultura e della percezione diffusa nel sentire comune, dall’idea che alberi e foreste siano, essenzialmente (o, peggio, solo) bellezza.

Ogni albero è un vero e proprio sistema produttivo, che realizza effetti utili, anzitutto sul piano della salute umana (e anche, di riflesso, sulla spesa pubblica e privata per morbilità e mortalità), per il solo fatto di esistere e di essere mantenuto (se con attenzione costante, anche a basso costo, ma da mani esperte: che significa ampliare lo spazio per il più green dei jobs) in buone condizioni. 

Ci si sarebbe potuti accontentare di questi 30 mln per il verde in città, dato che sono i primi 30 mln della storia, nel nostro Paese.

Ma – nel quadro della epocale vicenda della transizione ecologica in atto, che ci sfida tutti – il nostro Paese si è sentito di rilanciare, e il governo si è speso affinché nella quota del 37% del Recovery fund destinata al New Green Deal, trovassero spazio precise linee di azione (per la quota di fondi dell’Italia) che investono proprio il tema della forestazione urbana.

Fin qui, il ruolo del pubblico, e quindi in primo luogo della politica.

Ma a questo tema – che è ormai non solo nell’agenda politica nazionale, ma si impone all’attenzione dei governi e di miliardi di persone in tutto il mondo – la spinta che viene dal pubblico, seppure indispensabile, non può e non deve bastare.  

Da questo punto di vista, va dato atto che – anche nel nostro Paese – la spinta creatrice del privato sociale e della finanza d’impresa (CSR, ma non solo), ha colto da tempo l’importanza di questo aspetto e si sta applicando nella ricerca del modo più congruo di integrare le proprie azioni in questo campo con le politiche pubbliche, per un verso, e con le rispettive politiche aziendali, per altro verso.

Senza dimenticare le realtà no profit, come le Fondazioni: da quella per il futuro delle città prevista dalla legge di bilancio, che sta iniziando il suo iter, a quella (Fondazione banca degli alberi) di cui come Ministero dell’ambiente intendiamo fare da levatrice, insieme a grandi realtà private, anche dell’industria e della finanza.

Questo privato più “grande”, deve combinarsi con il privato più “piccolo” (capillarmente diffuso quartiere per quartiere, strada per strada, all’insegna di un attivismo civico che in tante città sta conquistando spazi e attenzione con la forza delle sue proposte e delle sue azioni concrete di affiancamento e supporto agli enti locali), e anche con il “pubblico”.

E deve farlo in una cornice complessiva nella quale, accanto all’immutata consapevolezza (sempre più suffragata sul piano scientifico) del ruolo forte di contrasto che le foreste urbane svolgono sul piano del climate change, si è ormai affermata la percezione dell’importanza che – rispetto alle emissioni di CO2 – sta assumendo l’aspetto dell’assorbimento (e del trattenimento, da parte delle alberature), quale essenziale complemento di quello propriamente riduttivo.

Qui tutte le indicazioni per assistere all’evento e il relativo programma.

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