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[L’intervento esclusivo] Massimiliano Atelli (Procuratore regionale Corte dei Conti): «Ecco dal profondo Nord un “alert” ai futuri sindaci. Scegliere bene»

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Passata quasi inosservata ai più, una vicenda accaduta nei mesi scorsi in Piemonte, nel novarese, offre spunti e suggestioni che dovrebbero essere tenute ben presenti dai primi cittadini che usciranno vincitori dalle elezioni amministrative previste fra ormai poche settimane, a inizio ottobre.

I fatti, in breve. Nominato assessore e vice sindaco la sera prima, l’interessato è stato revocato la mattina dopo dallo stesso sindaco, adducendo divergenze insuperabili (“Manifestati problemi politici e insuperabili difficoltà nei rapporti di collaborazione, che hanno determinato un immediato affievolirsi del rapporto fiduciario”). Un assessorato-lampo, in sostanza.

Impugnata la revoca davanti al Tar, l’interessato si è visto accogliere il ricorso, con condanna dell’amministrazione a risarcirgli il danno, anche all’immagine (all’atto della nomina, l’assessore e vice sindaco si era anche dimesso dal consiglio comunale, perdendo cosi per sempre la relativa indennità di carica), per un importo finale di oltre 10 mila euro.

Il caso è evidentemente estremo, e si presta, per la verità, a molte possibili letture, anche sul piano della stessa ricostruzione dei fatti e della loro reale significanza concreta complessiva. Comunque la si pensi nel merito (e si può pensarla in tanti modi differenti), da una simile vicenda si traggono, in ogni caso, più spunti di qualche interesse.

Primo

Gli assessori vanno scelti bene. Non erano ammessi “tentativi” o salti nel buio prima, meno ancora lo sono oggidì, dopo la decisione del Tar.

Secondo

Concludere che divergenze insuperabili di visione siano insufficienti a giustificare una revoca (seppure) dopo meno di 24 ore dalla nomina, è, in astratto, una opzione, ma pone il tema, in concreto, del se non si corra il rischio di derubricare in tal modo la “condivisione della linea” di azione a fattore secondario, escludendone nei fatti la valenza politica essenziale (per giunta, in un sistema – come il nostro – in cui il primo cittadino è scelto dagli elettori in modo diretto). Suggerendo cosi, di riflesso, l’idea che per giustificare una revoca del mandato affidato dal sindaco a un assessore servano sempre previ atti concreti, o almeno il trascorrere di un po’ di tempo, ma idee troppo differenti, invece, da sole non bastino mai.

Terzo

Il passo fra sindacare – dinanzi al giudice – la revoca, e sindacare eventualmente un giorno, in eguale modo, la stessa nomina (magari, ad esempio, adducendo di aver ricevuto meno deleghe di quanto promesso) potrebbe rivelarsi breve. Oggi per gli assessori, ….domani – seppur, certamente, nella diversità strutturale delle due situazioni – per i Ministri? Quasi tutto è e deve essere “giustiziabile” (cioè sindacabile dinanzi a un giudice statale), ma tutto, proprio tutto, probabilmente no. Dove finisce lo spazio riservato all’atto politico, lì inizia quello proprio dell’atto amministrativo. Siamo sicuri, passando dalla vicenda particolare al piano generale, che la cosa migliore sia un assetto ordinamentale in cui chiedere a un sindaco eletto direttamente dalla gente di scegliersi un assessore con l’identica metrica istituzionale con cui a un funzionario assunto per concorso si chiede di evadere una pratica burocratica? 

Quarto

C’è una grossa differenza, evidentemente, fra l’amministratore nominato dal comune in una partecipata e un assessore comunale. Anche ai fini di un’eventuale revoca. Nel primo caso, il nominato deve (con margini di autonomia variabili: nell’in house, ad esempio, sono – secondo la Cassazione – pari a zero) attuare l’indirizzo politico definito dagli organi competenti dell’ente locale azionista; nel secondo, l’assessore quell’indirizzo deve invece concorrere proprio a formarlo (prima, e a mantenerlo con il supporto di una maggioranza consiliare, poi).

Se le divergenze di idee (di per sé, il pluralismo è sempre ricchezza) si rivelano però incolmabili, questo concorso diviene, nei fatti, strutturalmente irrealizzabile. In tal caso, costringere a tutti i costi a una coabitazione forzata un sindaco e un assessore (quando, seppur nominato dal primo, non sia più con questi in sintonia) sarebbe certamente rimedio peggiore del male, e contraddirebbe non poco il senso della importante discussione pubblica in corso, da anni, sulla governabilità e sulla sua essenzialità per dare precedenza al fare sull’elucubrare.

In conclusione, una vicenda singolarissima e da attenzionare, perché dietro all’oggetto della specifica lite giudiziaria (una sorta di “diritto alla conservazione dell’assessorato”, prefigurata – con indubbia abilità – dal legale del revocato) si celano implicazioni ben più ampie, che ci sfidano tutti, ponendo interrogativi certamente di sistema.

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