Putin è «un bullo», ma il nostro problema è che per lui non esistono alternative alla vittoria. Lo sostiene lo scrittore spagnolo, Javier Marìas. «C’è molto pacifismo ipocrita in giro», dice. «Comunque, la Russia finirà in pezzi».
Andando per paradossi, chiedo all’autore di Un cuore così bianco se anche uccidere il leader del Cremlino potrebbe essere considerato — in questa ottica — un atto legittimo. «Immagino» dice intervistato da Paolo Lepri per il Corriere della Sera «che se succedesse molti non ne sarebbero rattristati».
Putin è invece al suo posto. Che idea si è fatta, alla luce di quanto sta accadendo, dell’uomo che ha deciso di invadere l’Ucraina?
«Lo ho osservato molto in questi anni. Si vede che è uno spaccone. Un bullo, direi. Il grande problema è che quando uno spaccone decide di fare un passo grave come questo gli è poi impossibile tornare indietro. Se non riuscisse nei suoi piani per lui sarebbe gravissimo. Deve continuare a tutti costi. Vincerà, prima o poi, perché la differenza tra le forze in campo è immensa, ma non può permettersi niente altro che un successo. In questo senso non credo che da parte della Russia possano venire concessioni o compromessi».
È un personaggio — il classico “cattivo” — che incuriosisce uno scrittore come lei?
«No, non troppo. Non condivido affatto l’interesse della nostra epoca per i personaggi malvagi. Forse questo interesse c’è sempre stato nella storia, ma negli ultimi decenni è diventato esagerato. Mi sembra che il male abbia un “prestigio” che non condivido. Non dico che un personaggio malvagio non possa essere intelligente. Non penso infatti che Putin sia uno stupido, anzi, sembra che sia una persona astuta e furba».
«Ma alla fine il male è molto semplice. È ben più complessa la bontà. O, se non la bontà, sono complesse le persone che hanno delle contraddizioni. Nel caso del presidente russo il male è soltanto desiderio di controllo e di dominio. Abbiamo visto in questi anni il modo in cui ha governato: avvelenando, incarcerando ed eliminando tutti coloro che gli davano fastidio. La Russia è un Paese senza libertà: ha cambiato la Costituzione per rimanere al potere in eterno».
Qualcuno lo ama?
«È curioso che in Occidente Putin abbia avuto difensori apparentemente opposti nel mondo politico. Da una parte l’estrema destra — Salvini, Le Pen, Zemmour, Vox—e dall’altra una certa sinistra, come Podemos in Spagna o Mélenchon in Francia, che evitano oggi di condannare chiaramente l’invasione».
Qual è il suo giudizio su quella parte dell’universo pacifista contraria ad armare l’Ucraina?
«Sotto l’ombrello di un pacifismo ipocrita a sinistra molti dicono che aiutare militarmente l’Ucraina vuol dire aggravare la guerra. E allora che bisognerebbe fare: lasciarsi invadere e lasciarsi conquistare? Troppe critiche agli Stati Uniti, alla Nato e all’Europa».
C’è chi sostiene che la guerra abbia indebolito il fronte populista europeo. Che ne pensa?
«Può darsi, ma non penso che questa sia attualmente la principale preoccupazione del presidente russo. In questi anni Putin ha tentato di destabilizzare l’Unione Europea, alimentare i movimenti secessionisti, influire nelle elezioni. Questo è quello che è accaduto, questo è ciò che rimane».
L’idea di democrazia può ritrovare forza grazie all’esempio di un Paese democratico aggredito che resiste all’aggressione?
«Forse sì. Ma la cosa sicura è che la Russia sarà rovinata e isolata, comunque vada a finire la guerra. Si tratta di una magra e triste consolazione. Un Paese dall’economia distrutta che nel futuro farà meno paura».
Condivide la tesi secondo cui un eccesso di autocritica avrebbe indebolito il mondo occidentale, lasciandolo impreparato di fronte alle minacce?
«Questo è possibile, certamente. Ho parlato spesso della tendenza assurda di questi ultimi anni a chiedere perdono. Mi sembra una gravissima arroganza: non posso chiedere perdono per una cosa che ha fatto un altro o che ha fatto qualcuno morto da secoli. Sì, da parte occidentale c’è stato un senso di colpa esagerato».
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