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Marco Buti, capo di Gabinetto del Commisario Ue Gentiloni e Marcello Messori (economista): «Sul Recovery l’Italia non può sbagliare. Serve una cabina di regia politica, un commissario e un dibattito trasparente sulle scelte»

Un saggio pubblicato il 15 novembre scorso dalla School of European Political Economy dell’Università Luiss di Roma richiama l’attenzione sui contenuti del Piano di rilancio per il Recovery Fund.

L’analisi, scritta da Marco Buti, capo di gabinetto del Commissario europeo agli Affari economici Paolo Gentiloni, e Marcello Messori, economista della Luiss, analizza l’importanza del Recovery Fund per la sorti future dell’Italia.

Secondo Buti e Messori, l’Italia questa volta non può sbagliare.

Il Piano dovrà invertire la rotta presa dall’Italia nell’ultimo quarto di secolo. 

A partire dalla mancanza di salti dimensionali delle piccole imprese di successo.

Sarà fondamentale superare questo empasse solo con la cooperazione degli imprenditori-proprietari, con fonti di finanziamento non bancarie efficienti e incentivi istituzionali adeguati.

Buti e Messori si sono soffermati sulla necessità di un consenso politico e istituzionale ampio per gestire questi fondi (che dureranno fino al 2027), con il coinvolgimento dei rappresentanti delle imprese e dei lavoratori.

Nel saggio viene proposta, in linea con le richieste della Commissione Ue, una “cabina politica di regia” speculare a quella già operante in Commissione europea e coordinata dalla stessa presidente, Ursula von der Leyen.

Solo così si potrà mobilitare l’intero sistema paese, coordinando le tante istituzioni coinvolte in fase attuativa (ministeri, regioni, enti locali, autorità di regolazione).

Buti e Messeri ipotizzano anche la figura di un commissario per verificare e monitorare i progetti approvati, sulla falsa riga della ricostruzione del ponte Morandi a Genova.

Secondo le linee guida della Commissione europea, gli Stati devono garantire una forte capacità amministrativa dotandosi di un assetto normativo adeguato per l’utilizzo di questi fondi.

Per questo motivo si palesa la necessità di efficientare gli apparati burocratici, le procedure legali e la macchina della giustizia per monitorare la piaga della corruzione.

Nonostante l’Italia non sia in ritardo (solo Slovenia, Portogallo, Repubblica Ceca, Spagna e Bulgaria hanno presentato bozze complete del piano nazionale), sorprende che il processo di elaborazione del Piano non sia al centro di un dibattito aperto e trasparente.

Una discussione che sarebbe necessaria, vista l’importanza della partita che si sta giocando.

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