Marcello Sorgi sulla Stampa commenta i rapporti tra Giorgia Meloni e la Cgil evidenziandone il clima di potenziale rottura: “L’attenzione – scrive l’editorialista – era tutta puntata su Meloni e Landini.
La premier e il segretario della Cgil che alla vigilia del primo incontro governo-sindacati aveva detto e ribadito che non c’erano pregiudiziali politiche e il leader del più grande sindacato di sinistra (con molti iscritti che però hanno votato a destra) avrebbe cercato di dialogare con la prima presidente del consiglio proveniente, appunto, dalla destra.
Ma chi s’aspettava che con queste premesse l’appuntamento di ieri avrebbe prodotto chissà quali risultati ha dovuto rassegnarsi a poco più di una presa di contatto. All’interno della quale le posizioni dell’esecutivo e quelle dei sindacati restano lontane, per varie ragioni.
La principale è che la manovra di fine anno è già definita (ieri le Camere l’hanno anche approvata) e la legge di stabilità non potrà discostarsi molto dall’impostazione che prevede di dedicare la maggior parte delle risorse (una trentina di miliardi) alla crisi energetica e al caro-bollette, con quel che rimane destinato alle pensioni, per evitare che dal primo gennaio 2023 torni in vigore la legge Fornero e l’età pensionabile di 67 anni, e alla flat-tax, seppure nella forma minima dei redditi aggiuntivi con il tetto di 85 mila euro.
Già questo – ricorda Sorgi – comporterà uno scostamento di bilancio di 21 miliardi: una scelta al limite dell’azzardo, mentre in Europa si riapre il dibattito sul patto di stabilità che prevede rigorosi piani di rientro dal debito pubblico.
Ma siccome la legge di stabilità deve ancora essere presentata – ancorché in tempi brevissimi, se si vuole arrivare all’approvazione entro il 31 dicembre, per evitare l’esercizio provvisorio – i sindacati non rinunciano a presentare un pacchetto di richieste, su cui si aspettano risposte a stretto giro: meccanismi di aggancio dei salari all’inflazione, magari con detrazioni fiscali che tuttavia, guardate dalla sponda del governo, rappresentano costi che i conti del Tesoro difficilmente potrebbero consentire; riforma vera delle pensioni e non solo un ennesimo aggiustamento; impegni contro l’evasione fiscale e non rottamazione di cartelle, cioè condoni.
Così ieri – conclude Sorgi – si sono poste le premesse per una rottura tra Meloni e Landini, mentre con gli altri sindacati il discorso è aperto”.
Sorgi sulla Stampa commenta i rapporti tra Giorgia Meloni e la Cgil evidenziandone il clima di potenziale rottura: “L’attenzione – scrive l’editorialista – era tutta puntata su Meloni e Landini.
La premier e il segretario della Cgil che alla vigilia del primo incontro governo-sindacati aveva detto e ribadito che non c’erano pregiudiziali politiche e il leader del più grande sindacato di sinistra (con molti iscritti che però hanno votato a destra) avrebbe cercato di dialogare con la prima presidente del consiglio proveniente, appunto, dalla destra.
Ma chi s’aspettava che con queste premesse l’appuntamento di ieri avrebbe prodotto chissà quali risultati ha dovuto rassegnarsi a poco più di una presa di contatto.
All’interno della quale le posizioni dell’esecutivo e quelle dei sindacati restano lontane, per varie ragioni.
La principale è che la manovra di fine anno è già definita (ieri le Camere l’hanno anche approvata) e la legge di stabilità non potrà discostarsi molto dall’impostazione che prevede di dedicare la maggior parte delle risorse (una trentina di miliardi) alla crisi energetica e al caro-bollette, con quel che rimane destinato alle pensioni, per evitare che dal primo gennaio 2023 torni in vigore la legge Fornero e l’età pensionabile di 67 anni, e alla flat-tax, seppure nella forma minima dei redditi aggiuntivi con il tetto di 85 mila euro.
Già questo – ricorda Sorgi – comporterà uno scostamento di bilancio di 21 miliardi: una scelta al limite dell’azzardo, mentre in Europa si riapre il dibattito sul patto di stabilità che prevede rigorosi piani di rientro dal debito pubblico.
Ma siccome la legge di stabilità deve ancora essere presentata – ancorché in tempi brevissimi, se si vuole arrivare all’approvazione entro il 31 dicembre, per evitare l’esercizio provvisorio – i sindacati non rinunciano a presentare un pacchetto di richieste, su cui si aspettano risposte a stretto giro: meccanismi di aggancio dei salari all’inflazione, magari con detrazioni fiscali che tuttavia, guardate dalla sponda del governo, rappresentano costi che i conti del Tesoro difficilmente potrebbero consentire; riforma vera delle pensioni e non solo un ennesimo aggiustamento; impegni contro l’evasione fiscale e non rottamazione di cartelle, cioè condoni. Così ieri – conclude Sorgi – si sono poste le premesse per una rottura tra Meloni e Landini, mentre con gli altri sindacati il discorso è aperto”.








