C’è un’anima dell’est nella più grande migrazione europea dalla fine della Seconda guerra mondiale. Come scrive Gergolet sul Corriere della Sera, se l’esodo degli ucraini continuerà a riversarsi oltre la frontiera polacca (o moldava o romena), potrà raggiungere i 5, 6 o 8 milioni di profughi previsti.
È indubbio che Putin, con il cinismo brutale dei regimi, spinga i profughi verso l’Europa per ricattarla e costringerla a una estenuante crisi umanitaria. E allarga i cuori – racconta Gergolet – vedere come hanno risposto i polacchi: aprendo letteralmente le case a chi scappa, accogliendoli a tavola, distribuendo coperte, portando i bambini nelle aule scolastiche.
Però non basta. Ora Varsavia è costretta a chiedere quello che per anni, quando lo proponeva l’Italia, ha sempre rifiutato: una rilocazione dei profughi. Sarà la più grande prova di collaborazione per l’Unione europea dopo la crisi della pandemia.
Quelli che oggi ci sembrano rifugiati temporanei, potrebbero restare tali per settimane, mesi e anche anni, mentre la simpatia nei loro confronti, come in tutti i conflitti, si attenuerà e svanirà. Il tempo e la risposta diranno cos’è la nostra civiltà. Ma c’è di più.
La Polonia non è solo il primo «ricevente» dei profughi, è anche il Paese sul cortile della guerra. I polacchi sanno che un missile può finire fuori rotta per «errore», o che se Putin decidesse di allargare anche minimamente il conflitto, toccherebbe a loro. E chi è uscito da un’oppressione, vorrà più di tutto – a volte a costo della vita – non ricadervi.
Per questo gli europei dell’est hanno premuto così fortemente per entrare nella Nato – conclude – perché per chi usciva dalla repressione e sudditanza comunista era l’unica garanzia possibile di sovranità.








