“L’oro non è un riflesso meccanico della paura”: c’è stato “un cambio di paradigma” nei mercati globali con una domanda strutturale in favore del metallo prezioso, spinta dalla richiesta della Cina e delle economie emergenti e dai timori verso l’alto debito pubblico Usa.
Così in un commento all’Adnkronos Gabriel Debach, market analyst di eToro.
L’oro oggi “è il termometro di un equilibrio più profondo tra tre forze: il costo opportunità del capitale, misurato dai rendimenti reali, il valore del dollaro come valuta di denominazione e come moneta di riserva dominante, e la domanda strutturale di lungo periodo”, sottolinea l’esperto.
“Nella narrazione più diffusa, guerre e tensioni geopolitiche dovrebbero tradursi automaticamente in una corsa all’oro.
La realtà degli ultimi mesi è stata l’esatto contrario.
Le tensioni nello Stretto di Hormuz hanno generato uno shock energetico che ha alimentato pressioni inflazionistiche.
Queste si sono trasferite sui rendimenti reali”, spiega.
“Allo stesso tempo, il dollaro ha attratto flussi di rifugio rafforzandosi, aggiungendo ulteriore pressione al ribasso sul metallo.
Il calo della volatilità azionaria ha ridotto la domanda difensiva, mentre i deflussi dai fondi Etf, in particolare da Asia e Stati Uniti, hanno amplificato il movimento.
Il risultato è stata una correzione superiore al 20% dai massimi di gennaio, la più profonda dal 2019, con l’oro entrato tecnicamente in territorio ribassista dopo tre anni di record consecutivi”.
Adesso “le ultime voci di pace con l’Iran, circolate la scorsa settimana e confermate ieri da entrambe le parti in attesa della firma, hanno invertito la tendenza.
L’oro è in rialzo per la terza seduta consecutiva, intorno ai 4.360 dollari.
La logica è speculare: la riapertura dello Stretto di Hormuz e il ritorno delle esportazioni iraniane sul mercato globale aumentano l’offerta di greggio, facendo scendere il prezzo del petrolio.
Meno pressioni energetiche significa meno inflazione attesa e meno pressione sui rendimenti reali. Il freno principale si allenta”, rileva.
Sul medio periodo, prosegue, “il quadro strutturale rimane costruttivo.
La Bce ha recentemente riconosciuto che l’oro ha superato i Treasury americani come bene rifugio preferito nelle riserve globali, un cambio di paradigma che trova radici concrete.
La Cina ha ripreso ad accumulare oro nelle proprie riserve ufficiali, affiancandosi a numerose altre banche centrali dei mercati emergenti.
Allo stesso tempo, un debito pubblico statunitense sempre più sotto osservazione, una politica estera che continua a dividere e un dollaro trasformato negli ultimi anni anche in strumento geopolitico, dal congelamento delle riserve russe in poi, hanno accelerato un processo di diversificazione silenzioso ma persistente.
La conseguenza è una domanda strutturale, fisica e poco sensibile alle oscillazioni di breve termine, che continua a fornire un sostegno di fondo”.
Sul fronte dell’argento, il movimento da inizio anno “ha seguito quello del metallo giallo, ma con oscillazioni decisamente più marcate.
È una caratteristica storica dell’argento, che tende ad amplificare sia le fasi di rialzo sia quelle di correzione dell’oro.
C’è però un elemento che distingue i due metalli.
Mentre l’oro è guidato soprattutto da fattori monetari e finanziari, l’argento beneficia anche di una forte componente industriale.
Una quota significativa della domanda proviene infatti da settori come il fotovoltaico, l’elettronica, i semiconduttori e le infrastrutture elettriche.
Per questo motivo, un miglioramento delle prospettive economiche globali in seguito a una stabilizzazione del quadro geopolitico potrebbe favorire l’argento più dell’oro.
Il rapporto Silver/Gold offre un primo indizio in questa direzione”, sottolinea Debach.
“Nelle ultime sedute il rapporto ha mostrato segnali di rimbalzo, con l’argento che ha registrato performance leggermente superiori rispetto al metallo giallo.
Si tratta ancora di un segnale embrionale, insufficiente per parlare di un cambio di trend consolidato, ma coerente con un mercato che inizia a interpretare la pace non soltanto come una riduzione del rischio geopolitico, ma anche come un potenziale catalizzatore per la crescita economica e per la domanda industriale globale”, osserva.
Ad ogni modo “i segnali tecnici dicono rimbalzo, non ancora inversione.
L’Rsi risale da area di ipervenduto ma è ancora sotto 50.
Le quattro medie mobili giornaliere principali, a 21, 50, 100 e 200 periodi, sono tutte sopra il prezzo attuale e rappresentano altrettante resistenze da superare prima di poter parlare di recupero strutturale.
I volumi cumulati non hanno ancora confermato il rientro del denaro istituzionale in modo sistematico”.
Emerge in sintesi che “la pace con l’Iran non è bearish per l’oro.
È bullish, perché spezza la catena petrolio-inflazione-rendimenti reali che lo comprimeva da mesi”, conclude l’analista di eToro.








