L’Inps può permettersi un sorriso.
L’istituto che ogni mese paga pensioni, assegni e sussidi a milioni di italiani chiude infatti il 2025 con i conti in ordine e un tesoretto che cresce.
Un risultato che, in un Paese dove previdenza e sostenibilità dei conti pubblici sono da anni terreno di scontro politico, non passa certo inosservato.
I numeri raccontano una storia decisamente più rassicurante di tante narrazioni.
Il saldo della gestione finanziaria sale a 16 miliardi di euro, l’utile d’esercizio raggiunge i 4,5 miliardi e il patrimonio netto compie un balzo da 35,3 a quasi 43 miliardi.
Insomma i conti dell’ente previdenziale non solo tornano, ma migliorano.
Non è un dettaglio per un istituto che gestisce ogni anno una montagna di risorse.
Nel 2025 dalle casse dell’Inps sono transitati complessivamente 571 miliardi di euro.
Una cifra difficile perfino da immaginare, equivalente a una quota rilevante del Prodotto interno lordo italiano.
Di questi, 294 miliardi arrivano dai contributi versati da lavoratori e imprese, cresciuti del 3,6% rispetto all’anno precedente, mentre altri 165 miliardi provengono dalla fiscalità generale.
Sul fronte delle uscite, invece, l’assegno complessivo sfiora i 554 miliardi.
Per il presidente del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inps, Roberto Ghiselli, il bilancio certifica un dato importante: il sistema previdenziale italiano continua a mantenere un equilibrio finanziario, nonostante l’invecchiamento della population e le continue tensioni sui conti pubblici.
Un messaggio che arriva in un momento in cui il tema della sostenibilità delle pensioni torna periodicamente al centro del dibattito.
Naturalmente non significa che le uscite si siano fermate.
Anzi. La spesa per pensioni continua a crescere, ma lo fa con un ritmo decisamente più contenuto rispetto a quello che molti temevano.
Nel 2025 aumenta dell’1,4% e raggiunge quota 325 miliardi di euro.
È una crescita fisiologica, legata sia all’aumento del numero dei pensionati sia alla rivalutazione degli assegni.
Più dinamica, invece, la spesa destinata al sostegno del reddito.
Gli ammortizzatori sociali, dalla disoccupazione alla cassa integrazione, assorbono circa 800 milioni di euro in più rispetto all’anno precedente, segnale di un mercato del lavoro che continua a mostrare qualche crepa.
Crescono anche le risorse dedicate all’inclusione sociale.
L’assegno di inclusione, che ha preso il posto del Reddito di cittadinanza, insieme al supporto per la formazione e il lavoro, spinge la spesa complessiva di altri 2,4 miliardi.
A questi si aggiunge un ulteriore miliardo destinato alle prestazioni assistenziali.
Ed è proprio osservando il bilancio nel lungo periodo che emerge il cambiamento più interessante.
Nel giro di dieci anni l’Inps è cambiato profondamente.
Un tempo era soprattutto la “banca delle pensioni”.
Oggi assomiglia sempre di più a una grande piattaforma di welfare.
Se nel 2015 quasi nove euro su dieci uscivano per pagare pensioni, oggi quella quota è scesa all’83,6%.
Nel frattempo aumentano in modo costante tutte le altre prestazioni: sostegno al reddito, misure di inclusione, aiuti alle famiglie e interventi assistenziali.
È la fotografia di uno Stato sociale che si è progressivamente allargato ben oltre la sola previdenza.
A dare una mano ai conti del 2025 è stato anche un effetto contabile.
Si riduce infatti di circa 15 miliardi il costo degli interventi coperti dalla Gestione degli interventi assistenziali, alimentata dalla fiscalità generale.
Il motivo principale è la trasformazione dello sgravio contributivo per i lavoratori dipendenti in un beneficio fiscale, che ha alleggerito il bilancio dell’Inps di circa 18 miliardi.
A questo si aggiunge il progressivo ridimensionamento delle uscite legate ai pensionamenti anticipati delle varie “Quote”, la cui stagione sembra ormai avviarsi verso il tramonto.
Ma sotto la superficie dei conti in ordine resta un problema che continua a preoccupare i vertici dell’istituto.
È quello dei contributi mai incassati.
Alla fine del 2025 i crediti vantati dall’Inps nei confronti di imprese e lavoratori arrivano a 125 miliardi di euro, sei miliardi in più rispetto all’anno precedente.
Una montagna di denaro che esiste sulla carta ma che, almeno in parte, rischia di non arrivare mai nelle casse dell’istituto.
Non a caso è stato ulteriormente rafforzato il fondo destinato a coprire i crediti considerati di difficile recupero.
È il lato meno rassicurante del rendiconto.
Perché mentre il bilancio mostra numeri solidi, continua a pesare la piaga dell’evasione e dell’elusione contributiva.
Risorse che dovrebbero finanziare pensioni e prestazioni sociali ma che, in molti casi, rimangono bloccate tra fallimenti aziendali, contenziosi e procedure di recupero che si trascinano per anni.
Il Consiglio di indirizzo e vigilanza non usa giri di parole.
Serve un’azione più incisiva contro chi non versa i contributi dovuti, una macchina più veloce nel recupero dei crediti e una revisione delle regole contabili per evitare che nei bilanci continuino ad accumularsi somme destinate con ogni probabilità a rimanere inesigibili.
Insomma, il 2025 consegna all’Inps una fotografia fatta di luci e ombre.
Le luci sono quelle di un sistema previdenziale che, almeno per ora, continua a reggere meglio del previsto e archivia l’anno con un patrimonio più robusto.
Le ombre riguardano un welfare che si espande sempre di più, una spesa assistenziale in costante crescita e quella montagna di contributi mai riscossi che continua a rappresentare uno dei punti più fragili dell’intero sistema.
Per il momento i conti sorridono.
Ma la vera sfida, più che chiudere un bilancio in utile, sarà riuscire a mantenere questo equilibrio quando l’Italia sarà ancora più anziana, con meno lavoratori a finanziare un numero sempre maggiore di pensionati.








