L’inflazione torna protagonista. Dopo mesi in cui i mercati hanno guardato soprattutto alle guerre, ai dazi e alle grandi manovre delle banche centrali, l’indice dei prezzi è tornato al centro della scena.
E lo ha fatto con un alleato potente: il petrolio.
In Italia i prezzi accelerano più del previsto, negli Stati Uniti restano ben al di sopra degli obiettivi della Federal Reserve.
E così, mentre il petrolio crolla dopo la riapertura dello Stretto di Hormuz, i mercati scoprono che la battaglia contro il caro-vita è tutt’altro che conclusa.
A maggio l’inflazione italiana è salita al 3,2% annuo dal 2,7% di aprile.
Un balzo di mezzo punto percentuale in un solo mese che conferma quanto la crisi mediorientale abbia lasciato il segno nell’economia reale.
L’indice dei prezzi al consumo elaborato dall’Istat è cresciuto dello 0,4% rispetto ad aprile e fotografa una situazione nella quale il principale imputato ha un nome ben preciso: energia.
I prezzi del carburante sono schizzati dal 9,6% al 12,5%, mentre quelli dell’elettricità sono saliti dal 5,3% al 5,6%.
Numeri che raccontano meglio di qualsiasi commento l’effetto della tensione nel Golfo Persico e delle paure legate allo Stretto di Hormuz.
Paure che oggi sembrano rientrare grazie all’accordo tra Stati Uniti e Iran e alla progressiva normalizzazione delle rotte petrolifere, ma che nel frattempo hanno già presentato il conto alle famiglie.
In appena tre mesi, da febbraio a maggio, i prezzi sono aumentati del 2%, equivalenti a oltre 500 euro annui per una famiglia media e oltre 730 euro per una coppia con due figli.
A correre non è stata soltanto l’energia.
I servizi di trasporto hanno accelerato dall’aumento dello 0,6% all’1,7%, mentre quelli ricreativi, culturali e per la cura della persona sono passati dal 2,6% al 3%.
Anche l’inflazione di fondo, quella che esclude le componenti più volatili come energia e alimentari freschi e che viene osservata con particolare attenzione dalle banche centrali, è salita dall’1,6% all’1,7%.
Al netto dei soli energetici il dato è passato dall’1,9% al 2,1%
Tradotto dal linguaggio degli economisti, significa che il problema non riguarda più soltanto benzina e bollette.
I rincari stanno lentamente filtrando nel resto dell’economia.
Qualche esempio aiuta a capire.
Il gasolio per riscaldamento è aumentato del 36,8%, quello per autotrazione del 25,4%.
I gioielli hanno registrato un balzo del 29,5%, i legumi del 22,8%, i carciofi del 19,9% e i pomodori del 18,4%.
Il paradosso è che tutto questo accade proprio mentre il petrolio sta tornando rapidamente indietro.
Il Brent è ormai sceso verso gli 80 dollari al barile e il Wti è addirittura sotto quella soglia.
Restano valori superiori di circa il 40% rispetto al periodo precedente al conflitto, ma il mercato energetico ha chiaramente imboccato la strada della normalizzazione.
Il problema è che l’inflazione viaggia con tempi diversi rispetto alle quotazioni del greggio.
I listini dei carburanti impiegano settimane prima di recepire completamente i ribassi e gli aumenti già scaricati lungo la filiera tendono a rimanere nei prezzi finali molto più a lungo di quanto impieghino a comparire.
In altre parole, il petrolio può anche precipitare, ma il carrello della spesa non riceve il messaggio con la stessa velocità.
Ed è proprio questo il tema che dominerà domani la riunione della Federal Reserve, la prima guidata dal nuovo presidente Kevin Warsh, successore di Jerome Powell.
La coincidenza temporale non potrebbe essere più significativa.
Da una parte l’Europa scopre che l’inflazione è tornata a mordere.
Dall’altra gli Stati Uniti continuano a convivere con un livello dei prezzi che resta ostinatamente elevato.
A maggio l’inflazione americana è infatti salita al 4,2%, più del doppio rispetto al target del 2% fissato dalla Fed.
Numeri che rendono particolarmente complicato il desiderio di Donald Trump di ottenere una politica monetaria più accomodante in vista delle elezioni di metà mandato.
Il mercato, però, non si aspetta sorprese.
I tassi dovrebbero restare fermi tra il 3,5% e il 3,75%, livello in vigore da dicembre.
Sarebbe la quarta riunione consecutiva senza modifiche e potrebbe persino arrivare una decisione unanime dei dodici membri votanti del Fomc, eventualità che non si verifica da circa un anno.
La vera notizia sarà dunque Kevin Warsh.
Gli investitori cercano di capire se il nuovo presidente sia davvero il falco anti-inflazione che molti descrivono.
Steve Sosnick di Interactive Brokers sintetizza il clima con una definizione che sta facendo fortuna a Wall Street: «il mercato vuole capire se Warsh sia una colomba, un falco o addirittura un falco travestito da colomba».
Per il momento gli analisti scommettono sulla prudenza.
Blerina Uruci di T. Rowe Price non vede alcuna apertura verso un imminente allentamento monetario.
Tiffany Wilding di Pimco ritiene che sia troppo presto per qualsiasi cambiamento di rotta.
E anche John Velis di Bny prevede che le nuove proiezioni economiche della Fed possano addirittura ridurre ulteriormente le aspettative di futuri tagli dei tassi.
L’economia americana, del resto, continua a marciare a velocità sostenuta.
La crescita del primo trimestre è stata inferiore alle attese, ma il mercato del lavoro resta robusto.








