La buona notizia è che nel 2025 le vendite del made in Italy oltre confine sono cresciute, anche a dispetto dei dazi Usa, ma dall’altro lato c’è invece il fatto più preoccupante che la gran parte dei prodotti strategici che importiamo proviene da paesi considerati a rischio.
È questo il quadro a luci e ombre delineato oggi dall’Istat sull’andamento del commercio estero italiano.
Il “Rapporto sulla competitività dei settori produttivi” evidenzia in particolare che lo scorso anno l’export dell’Italia è aumentato del 3,3%, con una “sorprendente” dinamica delle vendite negli Stati Uniti, che segnano +7,2% nonostante le tariffe trumpiane.
In pratica, secondo l’Istat, l’imposizione dei nuovi dazi ha avuto sull’Italia un “effetto negativo ma di entità molto contenuta” considerato che “a un raddoppio delle aliquote medie effettive è corrisposta una mancata crescita dell’export pari al 3,2%”.
Non tutte le imprese che esportavano negli Usa hanno subito gli effetti dei dazi di Trump, ma solo quelle che li avevano come primo mercato di destinazione.
Queste hanno registrato una minore crescita rispetto alle altre imprese esportatrici di 6,1 punti percentuali.
L’impatto risulta maggiore per le medie imprese (-7,2), minore per quelle micro e piccole e si annulla per le grandi.
La mancata crescita dell’export è stimata pari a 1,5 miliardi di euro.
Sul fronte degli acquisti invece, l’Istat ha messo in luce il fatto che circa il 60% delle importazioni italiane di prodotti strategici proviene da Paesi a rischio politico “medio” o “alto”.
In particolare, tra il 2023 e il 2025 la Cina è stata il principale fornitore per valore dell’import strategico con una quota dell’11,3%.
E nel solo 2025 le importazioni cinesi in Italia, cresciute del 20,1%, hanno raggiunto i livelli più alti di sempre a 60,6 miliardi, ovvero il 10,3% dell’import totale.
Tale quota rende l’Italia “la più esposta” alla Cina tra le grandi economie europee.
Il 40% di tale import riguarda chimica, farmaceutica ed elettronica.
Il nostro Paese dipende inoltre maggiormente da beni legati a energia alternativa come il gnl, forniti soprattutto da Algeria, Azerbaigian e Usa.
Dall’indagine Istat sono state individuate 583 imprese direttamente importatrici di questi prodotti a valenza strategica “foreign-dependent” (cioè scarsi e poco sostituibili per il sistema produttivo italiano), con circa 175mila addetti, 23 miliardi di valore aggiunto e 130 miliardi di fatturato.
Circa metà sono medie e grandi e operano soprattutto in commercio, macchinari, chimica-farmaceutica ed elettronica.
Sui dazi Usa “a un anno di distanza possiamo dire” che c’è stato un “impatto limitato: l’Italia come sistema paese ha mostrato una forte resilienza e anche le esportazioni verso gli Stati Uniti non hanno avuto quel crollo che molti si aspettavano” ha osservato il presidente dell’Istat Francesco Maria Chelli.
Piuttosto, ha osservato, quello che preoccupa “un po’ di più è la nostra dipendenza dall’estero, quindi dalle esportazioni dei beni che consideriamo strategici”.








